La Paura della Carrozzina

Anni fa passeggiavo con Marek nella piazza di Cracovia quando vidi passare una coppia con una carrozzina.

cracovia piazza del mercato
(no qui non c’è la carrozzina, ho recuperato una foto dal mio vecchio sito di foto, Tripfoto.com)

Dissi: “vedi Marek, io di quella scena lì ho un terrore tremendo” (non ho idea di come possa aver detto una cosa del genere in polacco, forse era qualcosa più simile a “io non piace me quello, capisc?”).
Marek rise, poco convinto, credo che invece a lui quella scena piacesse.

Sapevo di dire una cosa brutta, ma io ne avevo paura per davvero.
Non vedevo in quello se non la fine di tutto ciò che mi aveva tenuto in vita fino ad allora.

Per “in vita” intendo, quel gradino al di sopra della pura sopravvivenza.
Perchè per la pura sopravvivenza ero già passato spesso: sono quelle settimane, mesi o anni che non lasciano un segno, come farina messa lí a lievitare, ma nella quale hai dimenticato di mettere il lievito.
Non succede nulla a quella farina. Non va a male subito, ma resta lí, inutile, in attesa di un giorno quando arriveranno le prime bestioline e sarà da buttare.

Solo viaggiando trovavo il lievito.

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Il mio amico integralista islamico a Parigi

soirée Paris
…non è in questa foto

 

A metà degli anni ’90 abitavo a Parigi.
Facevo il cameriere in un ristorante siciliano e poi e il receptionist agli Ibis e i Novotel.

Uno giorno il mio amico Roberto col quale condividevo 14,5 metri quadri a Porte de Vincennes telefonò una polacca che avevamo conosciuto all’incontro di Taizé e la invitò non ricordo bene dove e a fare cosa.
Di sicuro non fuori a mangiare, tanto eravamo tirchi e poveri.
Credo che al massimo le offrimmo un herbata (Tè in polacco) a casa nostra.
Uno, o due ma con la stessa bustina.

Quell’incontro ci permise di entrare in un sottobosco immenso di ragazze polacche “alla pari” (au pair) a Parigi e di colpo le nostre agendine (di carta) si riempirono di frotte di Agnieszke, Ule, Ewe e tanti altri nomi impronunciabili.

Senza nemmeno accorgercene diventammo ricercati anche tra i ragazzi.
Ce ne rendemmo conto solo dopo ma eravamo diventati canale di fornitura di carne fresca dall’Est.
Eravamo molto ingenui, e pensavamo che tutta quell’attenzione fosse rivolta a noi, ma non importava.

Le nostre soirées (festicciole in appartamento) diventarono mitiche, piene di gente appena arrivata a Parigi mischiata ad altra che ci viveva da molto e ogni settimana conoscevamo un nuove persone.

C’erano pochissimi francesi.
Entrammo anche in un giro di ragazzi arabi con i quali si instaurarono dei rapporti di amicizia.

E successe anche l’impensabile: ragazze cattoliche polacche innamorate del Papa che si misero insieme ad arabi mussulmani.

Per noi ragazzi tirati su a Padri Nostri e discorsi di ecumenismo e fratellanza nelle nostre parrocchie, questa era la prova tangibile che un dialogo tra civiltà era possibile.

Ma non funzionò.

Le polacche erano brave, belle e buone ma non ci stavano a diventare sottomesse. Erano abituate a vedere i loro padri tornare da un lavoro poco impegnativo e piazzarsi davanti alla TV socialista a mangiare kanapki (panini) e bere birra, mentre le madri mandavano avanti la Polonia.

Il ritrovarsi con un algerino e rendersi conto che dietro al fascino mediterraneo c’era anche un modello di famiglia nella quale erano loro a doversi sedere e aspettare, le deluse.

Mi ricordo in particolare di una coppia polacco-algerina che  si presentò a una soirée ed annunciò che si erano messi assieme.
Un nostro amico tunisino, Mo, mi disse subito che non poteva funzionare.

Mo era uno che diceva “questa storia che la gente diventa emarginata perchè vive nelle cités (periferie) è una cretinata. Io vengo dalla cité. E’ solo questione di mentalità. La Francia ti dà tutti i mezzi per farcela, ma dipende da te.”

Lavorava già come consulente bancario alla Barclays.
La prima volta che lo incontrammo disse ad Andrea “taite i cavei e va a lavorar” (tagliati i capelli e vai a lavorare) in quanto aveva la ragazza di Verona.
L’ultima volta che l’ho visto fu all’Arco di Trionfo, mi portò in un ristorante e poi al suo nuovo appartamento, a poche decine di metri.
Un appartamento a pochi passi dall’Arco di Trionfo è un simbolo di successo, come essere vicini di scala del Cardinal Bertone a Roma, per capirci.

soirée Paris 2
Dominique, io, Mo, Agnieszka La Petite e Veronique

 

Ma mò non è di Mo che vi volevo parlare.
E’ di Rachid.
Ora, Rachid è un nome di fantasia perchè non ricordo nemmeno come si chiamasse.
Era l’algerino che si era messo assieme a una dolce polacca (dico dolce perchè di lei ricordo solo che non era molto bella, ma quando ci penso e vedo, quasi, il suo viso, ricordo bene il suo carattere molto mite e dolce).

Rachid aveva iniziato a venire alle soirées a parlare di cose serie.
Tipo della Palestina.
Noi a queste feste andavamo, mangiavamo qualcosa, bevevamo del vino e poi ballavamo.
Si sperava tutti di trombare o innamorarsi, con diverse gradazioni a seconda del carattere.
E lui parlava della Palestina.
E noi non volevamo ascoltare.
E lui parlava della Palestina.

Lo faceva in maniera talmente insistente che dopo un po’ quando chiamavo in giro per organizzare una soirée mi chiedevano:

  • “viene Rachid”?
  • “Si”.
  • “Allora non vengo”.

A me dispiaceva, ho sempre avuto paura dell’esclusione e tifavo perchè restasse nel giro.
Ogni tanto me lo trovavo in casa a fare discorsi pro-Palestina.
Un giorno prese la mia chitarra e mi disse:

  • “Ho scritto una canzone dedicata alle madri dei morti suicidi in Palestina. Perchè anche se i loro figli hanno fatto forse una cosa giusta o sbagliata, le madri soffrono.”

Il ragionamento non faceva una piega. E cantò in francese ricordandomi i cantautori impegnati di casa nostra che cantavano contro la guerra del Vietnam o cose simili.
Mentre cantava mi resi conto che probabilmente secondo lui i figli martiti suicidi avevano fatto una cosa giusta, sacrificandosi per la libertà contro l’oppressione.
Ma questo in Francia era forse meglio non dirlo in quanto vi era attività terroristica di matrice islamica anche a quell’epoca.

Ebbi forte la sensazione che mi vedesse come una persona che avrebbe potuto convincere alla sua causa.

Un altro giorno mi chiamò per organizzare una soirée con delle videocassette di un Imam che parlava non so di cosa. Voleva che invitassi anche gli altri.
Sapevo che nessuno avrebbe accettato, ma ci provai.
E infatti mi dissero tutti di no.

Poi sparí dalle nostre vite, forse perchè si rese conto che non eravamo sensibili ai suoi argomenti, o forse perchè aveva trovato altre persone da coinvolgere nella sua missione.

Chissà dov’è ora. In Siria a combattere o a fare il chef-receptionist di un Ibis a Parigi?
E chissà cosa pensa degli attentati di Parigi.

Finimmo a volte anche nelle banlieue arabe.
C’erano degli algerini simpatici, e uno di loro suonava la chitarra in modo davvero incredibile.
Notavo due cose in loro: la felicità di far parte di un giro “cool”, giovane, europeo e moderno ma anche una certa diffidenza, come se sapessero che non poteva durare.
C’era sempre la sensazione che la nostra compatibilità iniziasse e finisse lí, in quelle serate.
Se andavi un po’ più a fondo emergevano dei rancori assopiti.

E’ una sensazione che poi ho quasi sempre ritrovato nei nordafricani: o abbracciavano al 100% la cultura europea (come Mo) o ne rimanevano ai margini.
Il 90% non funzionava.
Ho sempre visto in loro la convinzione, magari non espressa, di essere all’altezza dell’occidente e la frustrazione dell’evidenza di un ritardo sociale e tecnologico schiacciante.
E la reazione a volte era un avvicinamento alla la religione che è poi spesso una delle cause principali del ritardo.

E questi ragazzi, nati in Francia, si sentivano sempre un po’ esclusi, perchè la Francia gli diceva “o con me al 100% o stattene in periferia”.
E la loro difficoltà nasceva forse dal fatto che per essere con la Francia al 100% dovevano sempre fare uno sforzo in più degli altri.
Dovevano probabilmente rinnegare la loro famiglia.

Mo ce l’aveva fatta. La sua famiglia era lontana e lui era più francese dei francesi.
Conosceva persino i migliori vini mentre noi arrivavamo al massimo a capire se era Clinton o Marzemino.

Mia madre deve aver pensato la stessa cosa quando, dopo vari anni a Zurigo, decise di riportare i suoi tre figli in Italia.

In Svizzera si stava bene economicamente ma aveva visto come i figli di italiani rimanevano sempre “figli di italiani”.
Mai Svizzeri al 100%.

Questo processo psicologico lo vedi spesso in atto.
Per esempio in molti italiani in Germania che diventano piú tedeschi dei tedeschi. Vedendo l’Italia da fuori la disprezzano, mentre i tedeschi hanno fatto un processo inverso e hanno imparato ad apprezzare alcuni aspetti dell’Italia, pur comprendendone i limiti.

Tornando a Parigi e gli arabi, quando ci penso mi vengono in mente, per assurdo, quei testimoni di Geova che un giorno, a 17 anni, feci entrare in casa.

Erano un paio di ragazzi che, seduti nel mio balcone, iniziarono a spiegarmi il mondo con la Bibbia in mano e quando gli chiesi che lavoro facessero mi dissero che lavoravano per una ditta di pulizie.
Io non riuscii a fare a meno di pensare che quel loro ergersi a Maestri di Vita fosse un modo per riscattarsi da una posizione lavorativa poco soddisfacente.

O quella volta che a King’s Cross a Londra stavo pulendo dei tavoli assieme a un collega africano che si gira, mi guarda intensamente e dice:

  • “Do you believe in God?” (credi in Dio?)
  • “eh, insomm, plus or men”

e mi porta al parco a parlarmi del suo Dio Evangelista ed è tutto contento che lo ascolto e proprio sul più bello passano due ragazze italiane e io chiedo loro se sono italiane e dicono di sì e sono contente che c’è lui cosí possono parlare in inglese e dopo una mezzoretta se ne vanno e io dico:

  • ” ok, riguardo a cosa stavi dicendo sulla Salvezza di Nostro Signore secondo me…”
  • “ma perchè non le hai chiesto il numero?”
  • “di chi?”
  • “delle fighe”
  • “come? ah si, beh, non so, mi vergognavo..”
  • “‘azzo  ma due fighe cosí e te le fai scappare?”
  • “ehm si, ma insomma, non mi pareva bello nei tuoi confronti, eravamo qui a parlare di Dio, e poi non è che fossero poi tanto belle…”
  • “Ma porc…  dai, andiamo da loro e magari escono con noi stasera”
  • “Ma non vuoi finire il discorso?”
  • “Mmm..ok, insomma, si, dai, dimmi”
    Ma da quel momento fu come parlare da solo e la mia conversione non ebbe seguito.

E’ la Sindrome del Missionario:
Una persona normale entra nella cabina del telefono rossa e ne esce trasformato in Super-Geova, Super-Christ, Super-Jihad, Super-Vegetariano ecc….e inizia a volare sui popoli ignoranti con l’altruistico compito di cambiare il mondo.

E lo cambia sempre in peggio.