Bangkok, 5 Luglio 2007
L’Asia è un’illusione. I misteri asiatici non esistono. Sono solo una serie di regole inventate a tavolino dall’Ufficio del turismo dell’Asean (l’Unione Europea asiatica) per creare un’alone di reverenza attorno a delle tradizioni millenarie che non esistono, e aumentare così i visitatori e la loro moneta sonante.
L’ho scoperto l’altro giorno in un Song Theaw (mini bus) in Laos.
La Lonely Planet l’avete letta. Anche se di seconda mano una ventina di euri li avete spesi. Giusto?
Che fosse della Thailandia, del Laos, della Birmania o di un qualsiasi paese anche leggermente buddhista, vi avrà sicuramente informato dei vari taboo, e tra tutti, quello immenso dei piedi.
I buddhisti hanno un problema con i piedi.
Se potessero andrebbero in giro in sedia a rotelle pur di non averli, questi schifosissimi piedi.
Non ci possono fare niente con queste estremità immonde.
Noi abbiamo la donna come simbolo di diavoleria grazie ai profondi insegnamenti della Chiesa, loro hanno i piedi.
Noi con le donne almeno ci facciamo l’amore, loro con i piedi non ci si fanno proprio niente.
Uno dei 745 taboo dei piedi è il seguente: mai, e dico, mai, puntarli verso qualcuno. E’ l’equivalente asiatico-buddhista del dito medio alzato. Un bel vaffanculo con la V maiuscola, più esplicito di un documento su carta bollata.
Se ti siedi mettili dietro il culo, nascondili per carità che mi viene da vomitare.
Girando in Laos inoltre ogni tanto ti trovi davanti un manifesto a fumetti destinato a quei barbari degli stranieri, che ti dice i “Do and don’ts in Laos”, cioé le cose da fare e le cose da non fare, bestia di occidentale che non sei altro.
La vignetta più grande riguarda i piedi. C’è questo straniero, biondo e strafottente, che appoggia i piedi su di una sedia e li punta verso dei laotiani inorriditi che scappano e gridano all’affronto.
La nuvoletta dice “Mai e poi mai puntare i piedi verso qualcuno, i piedi sono la parte bassa del corpo e il gesto é altamente offensivo”.
Ok, grazie, é anni che lo sento dire, e ormai anche i miei piedi sono diventati un’oggetto scomodo che mi porto a malincuore appresso. Inoltre ho le gambe pelose, il che non aiuta.
Spesso mi guardano come so fossi una scimmia e mi sento inadeguato, appartenente a una razza inferiore che non ha ancora completato l’evoluzione e ha dei peli retaggio del passato da primate.
Un giornale danese recentemente ha pubblicato delle vignette di un Buddha con i piedi grandi e tutti i danesi in Birmania sono stati trucidati.
Questi danesi sono proprio rincoglioniti.
Tutto questo prologo per farvi capire che il problema della gente qui non é il PIL o l’inflazione.
Io me ne vado in giro per quest’Asia misteriosa anche con l’orgoglio del veterano, un quasi Terzani, convinto di avere assimilato un pò di astaticità, di aver cioé interiorizzato almeno una piccola parte di questo mistero. Di condividere quindi parzialmente questa visione della vita dalla quale voi europei e turisti di poche settimane siete irrimediabilmente esclusi. E godo.
Salgo cosiì in un Song Theaw in Laos, unico occidentale nel mezzo, e me ne vado con Lek a Champusak, e Lek si mette a parlare con una signora e un’altra ascolta e mi sento tutt’uno con l’Asia, questo continente che mette sempre un vetro tra te e lui, e io sento per un attimo di essere dall’altra parte del vetro e guardo fuori e respiro l’aria del Laos e mi dico che finalmente ho iniziato a capirla, quest’Asia, ed ad esserne accettato.
Poi mi volto verso l’interno e tutto cade. Tutto.
Questa cazzo di vecchietta, indubbiamente Laotiana per cui senza scuse, ha appoggiato i piedi sul sacco di riso in fronte a me e me li sta puntando addosso.
Sono esterrefatto. Non ha letto la Lonely Planet. Forse mi odia? Forse ho fatto qualcosa di sbagliato? Tremante mi giro verso Lek e le faccio notare l’oltraggio.
Lei guarda la vecchietta, non fa una piega e mi dice:
- “Ok, non c’é problema, é vecchia e può”.
L’eccezione alla regola. E’ dal 2000 che giro e non la conoscevo. I vecchietti, con le loro giunture fuori garanzia, possono mettere i piedi come vogliono.
Sono frustrato. Ancora una volta credevo di sapere e non sapevo. Sento il vetro, gelido, rialzarsi inesorabile tra me e tutti loro, e sono di nuovo solo, senza amici né conforto.
Guardo i piedi della vecchietta. Sono sporchi di terra e sembrano ridere di me. Prendo l’mp3, chiudo gli occhi, e faccio partire Manu Chao che canta “e l’hambre viene e l’ombre se va, sin mas razon”.
Che bello, che chiaro, che semplice.














