mar 08

Tallinn di notteRiga, Lettonia, 8 Marzo 2006
A Tallinn poi non é successo niente a parte i vari meetings di lavoro e un circa 300 foto della città, fatte con le mani ghiacciate che si sono salvate solo grazie alla batteria che si scaricava a causa del freddo e che mi costringeva a smettere. Non ho mai mangiato in ristorante perché avevo a disposizione la cucina e così ne ho aprofittato per migliorare la mia arte culinaria con pane nero e salmone affumicato annaffiato da té caldo. A colazione indulgevo in cerali al latte e yogurt e a mezzogiorno a salmone affumicato su pane bianco. Più volte sono andato al supermercato sottocasa a rifornirmi e a studiare gli usi e costumi locali. Interessante notare che i nostalgici del soviet, appena vedono una coda ci si buttano e si mettono ad aspettare, come ai bei vecchi tempi quando la vita non era una lotta quotidiana come oggi.
Il primo giorno cerco del latte ma vedo solo cartoni con scritto qualcosa tipo “Simu”, mi giro e chiedo a una ragazza estone di Tallinn:
-”Excuse me. Is dis milc?”
Mi guarda e fa:
-”Yes”. Sorriso. Due secondi di silenzio, poi dice:
-”Chen ai elp iu more?” (posso aiutarti in qualcos’altro?).
-”Yes, in de oll market!” (Si, in tutto il supermercato).
Ride, vado.
Ecco, se fossi singol avrei imbarcato l’Estone di Tallinn.

Ah, questa é bella. Sono appena andato a comprare il biglietto del bus per Riga e vedo un mercato. Decido di andare a scattare due foto, i mercati sono sempre belli da fotografare. Entro, cammino in mezzo ai tavoli di vecchiette sovietiche che vendono frutta, verdura, pane e tutte queste cose del popolo, tiro fuori la Mavica e scatto “click”. Poi scatto ancora “ri-click”. Poi nello schermo vedo un tipo col baffo da konduktor polacco che mi guarda e dice:
-”NIET!”.
E’ un NIET, non un niet, o un Niet, Proprio un NIET, anzi andrebbe scritto in grassetto.
Abbasso la macchinetta e lo vedo dal vivo. Lo guardo e dico:
-”come niet?
-”Niet, fotograficzky rinek niet mus Ssrws ddd..”
Non sapendo cosa rispondere, faccio un gesto sul “ma va en mona de to mare” e riscatto una seconda foto.
Lui alza la mano e copre l’obiettivo. Mi fermo. Rifletto. Lo guardo. Ok, vado. Lui resta fermo lì tutto carico del suo niet.

Baci a Tallinn di notte

Dopo 50 metri vedo una vecchia bagascia che vende crauti da una giara immensa. Eà troppo bella.
Tiro fuori l’aggeggio e scatto. Poi, non so bene perché mi giro. E’ alle mie spalle che mi guarda! Nel suo sguardo non leggo né violenza né minaccia, solo un “io sono qui, e ti guardo, sai che sbagli, ma persisti nel peccato”.
Sono costernato, non so bene cosa pensare, e dico:
-”Public”. Capisce che voglio dire “é luogo pubblico com’é in nome di Dio che non posso scattare foto?”. Dice
-”Da, public, pazaltwo, surkij busbova parakol” e indica verso di là. Capisco che vuole dire “si, e c’é un cartello che indica che non si possono scattare foto”.
Gli vorrei chiedere chi é lui, se viene da un’altra epoca, se si é reso conto che il muro é caduto e che se c’è davvero quel cartello é solo perché nessuno si é preso la briga di toglierlo ecc ecc ecc…
ma poi decido che non sarei in grado di esprimergli i miei concetti di libertà per tutti e capitolo clamorosamente con un:
-”Da da, ok ok” e me ne vado. Il vento dell’avvenire é stato battuto dalle scoregge del passato.

Ultima chicca. Sono in bus e vicino a me c’é un tipo che parla un sacco al cellulare, é italiano. Siccome é sempre al telefono non gli parlo. Poi sento che parla polacco, bene. Poi si mette a parlare russo e non resisto:
-”Ma quante lingue parli oh?”
Ne segue una chiacchierata tra connazionali esteuropofili e viene fuori che proprio a Vilnius, tempo fa, ha conosciuto un tipo che faceva un lavoro simile al mio. Mi dice il nome. E’ mio fratello.

Sfiga finale: una mia amica di Riga che vive a Londra era a Riga fino ad oggi, stasera prendeva l’aereo, aveva tempo fino alle sei, io arrivo in appartamento alle cinque. Saltato meeting.

Adesso sono a Riga, in un altro appartamento, con (domani spero) wireless e tv via cavo. Finisco il report e mi sparo “Profumo”, il libro.

mar 07

La piazza del TallinnRieccomi in un TripEst. Dev’essere il TripEst 6 o 7, ormai non tengo più il conto. Un viaggio veloce, 12 giorni, di lavoro. Mi viene quasi voglia di snobbarlo, questo viaggio. Dopotutto sono venuto sù in aereo, dormo in appartamenti col wireless, incontro partner con i quali parlo di lavoro, visito posti già visti. Pensavo a questo prima, mentre mi accingevo a fare qualche foto, con in testa le immagini di Terzani che passa le frontiere a piedi e riscopre il viaggio.
Ma poi di colpo ecco l’epifania, la sensazione chiara di aver iniziato un viaggio, un qualcosa che in futuro ricorderò, e che pian piano si tingerà di quella patina color seppia che rende il passato sempre più bello del presente. Sono a Tallinn, e sto fotografandola, non credo succederà niente, ma è solo arroganza, credere che tutto dipenda da me, che se sono qui per lavoro, sarà solo lavoro. Sbagliato. Qualcosa può sempre succedere, indipendentemente dai piani. Anche se poi rileggerò queste righe tra 12 giorni e non sarà davvero successo nulla, avrò comunque avuto ragione. Qualcosa può sempre succedere.
Come minimo, per esempio, tornerò a casa con una maggior intimità nei confronti di queste tre città, che si tradurrà con una maggiore consapevolezza quando al telegiornale sentirò parlare di un fatto accaduto qui. E mentre qualcuno al mio fianco magari non proverà nulla, il mio cervello mi riporterà a questa sera, quando scattavo le fotografie a Tallinn, e poi da lì, per associazione, a Riga e a una marea di immagini che sono registrate, dormienti, nel mio cervello, sempre pronte a venir fuori e regalarmi delle sensazioni. Consapevolezza, forse è la parola più adatta.
Succede sempre, anche leggendo il giornale. Ogni articolo mi ributta da qualche parte, e mi interessa, mi tiene sveglio e vivo. E’ come se la mia anima fosse spalmata su tutta la terra, pronta a reagire non appena succede qualcosa in qualsiasi posto, ma anche più distaccata e ironica, perché meno concentrata in un luogo.
E oggi pensavo, sempre camminando su via Uus, che l’aver visto tanti popoli mi ha aiutato a distinguere gli aspetti basilari dell’esistenza, da quelli culturali. Ci sono cose che fanno tutti, alzarsi, mangiare, dormire, relazionarsi. Basta. Il resto è opzionale, non obbligatorio. Quell’insieme di abitudini, precetti, tradizioni e preconcetti che chiamiamo cultura, e che il viaggiatore riesce a rimettere al suo posto, relativizzandola.
L’errore, evidente, é il credere che sia assoluta, punto di riferimento. Il “si fa così” é in realtà un “si fa così…..qui…..adesso” che poi, se lasciamo fluire la logica diventa “ma in altri posti si fa diversamente….e anche qui si faceva o si farà diversamente” il che porta a “…in fin dei conti potresti fare diversamente anche qui ed ora…scegli”. Ma spesso non vogliamo scegliere e ci attacchiamo alla cultura, come alibi, lasciamo che sia lei a scegliere per noi, lei che è sempre in divenire. Diciamo “si fa così e basta”. E rinunciamo in questo modo alla libertà di fare ciò che sentiamo di voler fare, e facciamo ciò che ci si aspetta da noi, che é più comodo. E ci alziamo alle sette, che è più comodo che decidere se alzarsi alle sei o alle otto. E andiamo al lavoro alle otto che é più comodo che decidere ogni giorno come passare la giornata. La libertà é anche responsabilità, e se un giorno ti permette di visitare il Machu Picchu, il giorno dopo ti potrebbe obbligare a passare la giornata in una posada con le zecche senza poter uscire perché piove.
Il prezzo che si paga però é troppo alto. E’ il non diventare ciò che potremmo diventare, che é sempre molto di più di ciò che siamo.
Ecco, qualcosa é già successo in questo viaggio, sono diventato filosofo.