Sono andato a vedere il luogo del prossimo TripRaduno,a Bagnara di Romagna, vicino a Imola , e ho voluto arrivare fino a Ferrara in bicicletta.
In questi mesi ho fatto un po’ di bici, circa 20 km al giorno, e volevo vedere fino a che punto potevo spingere il mio corpo bionico.
Sono partito verso le 10 di mattina con la Mondial (tipo citybike) nuova di mio padre e mi sono diretto verso Padova.
Nello zainetto portavo pochissimi vestiti, dell’acqua, la macchina fotografica e la fiducia di mio padre e dei miei amici che mi avevano congedato con dei bellissimi “a meta’ strada prendi il treno” e “non ce la farai mai”.
Razzismo nei confronti di chi svolge il proprio lavoro senza sudare ne’ bestemmiare ed e’ quindi considerato debole e malaticcio.
Ma io sono andato, senza ascoltare nessuno, comprese le mie gambe che gia dopo 30 km cominciavano a lamentarsi.
Nell’mp3 mi sparavo la musica di “Momenti di Gloria” e continuavo.
Bestemmiavo un po’ per le macchine che mi sfrecciavano in parte, sembrava facessero a gara a chi mi passava piu’ vicino.
Ero ignaro che da Padova in poi avrei potuto pedalare dall’altro lato del fiume, sulla pista cliclabile.
A Monselice ho fatto pausa pranzo.
Mentre cercavo un bar all’aperto per poter star vicino alla bici (I monselcesi sono noti ladri di biciclette) mi sono accorto che la polizia mi seguiva.
Li ho seminati, per poi ritrovarmeli davanti, perderli di nuovo e rirovarmeli dietro in seguito.
Ero evidentemente una faccia poco raccomandabile.
Un paio di ottimi panini caldi, un caffe’ macchiato e delle Galatine (cacchio, le vecchie Galatince) dopo, ed ero di nuovo in sella.
Mi inoltravo cosi’ nel famoso polesine depresso, tra campi e casolari abbandonati, passando per paesini mai sentiti (Arqua’ Polesine, Boccalara, Croce del Sud) e pian piano entravo nella magia della bicicletta: solo tu e la natura.
E quel figlio di una gran puttana che va a 120 all’ora in una strada di campagna passandomi a 10 centimetri. Che un platano ti si schiacci sui denti.
A Frassinelle Polesine mi fermo in un supermercato di provincia per comprare qualcosa da bere e opto per una bevanda al The’ Verde della San Benedetto.
Dico alla cassiera che abito a 200 metri dalla fabbrica.
Non coglie l’immensa ironia del fatto e mi guarda senza espressione.
Le domando, per cambiare discorso, da che parte si va a Ferrara in bici, evitando la statale.
- “Ferrara? In bici?”
Me lo chiede con lo stesso tono di un thailandese al quale dici che ti piace lavorare nella neve a petto nudo.
- “Si, e vorrei evitare la statale”.
Comincia a spiegarmi.
Inizia bene, poi man mano che il tragitto si allontana dalla sua mappa mentale, aumentano i dubbi.
Capisco che non mette spesso piede fuori dal paesino.
Guardo sulla mappa e vedo che mi sta facendo fare un giro largo.
- “Ma non e’ meglio passare per Canaro e attraversare il ponte a Occhiobello?”, chiedo.
- “No, non ci andrei da sola, e poi tu sei un uomo ed e’ ancora peggio”.
Mentre parla fa un gesto, credo si stia scacciando una mosca dall’orecchio.
Poi mi chiedo “cosa fa paura piu’ a un uomo che a una donna?”.
Reinterpreto il gesto e capisco: i gay.
La guardo e dico:
- “Ci sono gay?”
- “Si, sulla riva del Po’, e sono anche aggressivi, se fossi in te non ci andrei”.
Cacchio.
Avete presente la scena di “un lupo mannaro americano a Londra”, dove nel pub della campagna scozzese, gli avventori dicono ai due backpackers di non uscire? Uguale.
Inculato da una banda di “busoni” (li chiamano cosi’ da queste parti) sulle rive del Po’.
Non esattamente una fine eroica.
Che fare?
Il mio istinto di viaggiatore mi dice di andare lo stesso.
Quindi pedalo sotto il sole del pomeriggio, sperando che non faccia buio presto.
Almeno li voglio vedere in faccia, se dobbiamo avere una storia d’amore, per quanto fugace.
Poi, chi mi salva e’ il mio proverbiale senso dell’orientamento: quando, con lo stato d’animo di Frodo che entra a Mordor, mi appresto a varcare il confine tra il mondo civile e quel luogo di lacrime, sangue e vasellina, mi rendo conto di averlo gia’ passato e di essere in Emilia.
Mi giro, mi tocco le chiappe, fanno male.
Ma e’ un male che fa bene, sano e personale, dovuto alla sella.
Riparto.
Pedalo, pedalo e pedalo.
E poi pedalo ancora.
E arrivo a Ferrara, passo il cartello, sono a Ferrara!
Cacchio, no, un altro ponte.
Poi un viadotto.
Poi mi sono perso.
Mezz’ora dopo vedo il castello e mi mangio meritatissimo gelato da due euro (gianduia e pera), in mezzo alla folla borghese.
Mi sembra di essere alla fine di un film americano quando l’eroe torna in mezzo ai borghesi, che non sanno nulla, guarda e capisce che le sue sofferenze, anche se loro non lo sanno, sono servite a difendere la loro liberta’.
Arriva Paolo, mi porta a Bagnara di Romagna e sono un eroe per tutti.
Cronaca di come trasformare una giornata normale, in Storia.