Giovedi’ 17 Luglio 2003, da un bus in Brasile, verso Manaus
Ispirato da quello scrittore che diceva: “ho trovato due strade nel bosco, io ho preso quella piu’ difficile e meno frequentata, ed e’ stata la scelta giusta”, io ho scelto quella piu’ facile e me ne sono sceso in Brasile.
Ovviamente appena salito in bus ho conosciuto un australiano e un inglese che erano appena stati in Colombia e mi hanno detto che al momento attuale il Venezuela e’ ben piu’ pericoloso.
Non l’ho scritto ma in seguito alla crisi politica (colpo di stato fallito) e’ aumentata la criminalita’ e un centinaio di morti ammazzati nel weekend e’ la norma.
Non ci crederete ma l’australiano del Queensland viaggia con tanto di didgeridoo al seguito, della serie supportiamo gli stereotipi., L’inglese invece si e’ fatto 3 giorni di galera in Argentina perche’ il tipo che l’aveva tirato su in autostop aveva appena rubato la macchina, poi ha fatto un incidente ed e’ scappato, lasciando l’inglese solo a subire le accuse di furto in spagnolo (lui che sa dire solo “cerveza” – birra). 1300 Dollari hanno risolto il problema con un buon avvocato.
Non viaggiate da soli ragazzi, prendete un pacchetto, ve l’ho sempre detto.
Ci eravamo lasciati alla Isla Margarita, no? Ok, dopo qualche giorno di spiaggia, corsette abbatti-panzetta (funzionano!!), tric-troc sul computer e un tocco di vita notturna, ma non troppo, ho deciso di andare, appunto in Brasile.
Devo dirlo chiaramente: non prendete me come esempio se dovete viaggiare indipendente. Una guida, tipo la Lonely Planet, compratela. Io ho le scusanti che
1) Non sapevo dove andavo quindi che guida compravo? Caraibi, Sud America. Centro America?
2) In Venezuela non l’ho trovata
3) Di solito scrocco la guida agli altri backpackers, ma in Venezuela non se ne sono visti
Insomma mi sono ritrovato bloccato da un mancato vaccino contro la febbre gialla che NON confermo ufficialmente di essermi procurato illegalmente come dicono abbia detto in radio, era solo un problema di collegamento telefonico che ha distorto le mie parole.
E’ stato molto bello il viaggio dalla Isla Margarita fino a Santa Elena de Uariez (confine col Brasiu). Dato che nessuno pareva sapere niente di orari di ferry e bus ho deciso, molto logicamente, di partire presto per arrivare il piu’ lontano possibile in quella giornata destinata al viaggio.
- sveglia alle 5:30 del mattino che per me, fautore del “m’arzo quanno me sveglioo” del romano Marco conosciuto in Cina,
e’ gia’ un sacrilegio.
- camminata con zaino fino al bus
- 1 bus per Porlamar (capitale dell’isola), 1 ora per 12 km
- 1 bus per Punta de Piedra (dove c’e’ il ferry), 1 ora per 15 km
- arrivo alle 8 e il ferry e’ alle 10
- arrivo a Puerto la Cruz (terraferma) alle 12
- camminata con zaino e sole spaccapietre fino alla stazione dei bus e il bus e’ alle 4
- me ne vado a mangiare e torno alle 3, il pullman arriva alle 7.
Insomma alle 7 ero ancora a pochi km dal punto di partenza.
Ma il viaggio e’ magia e proprio in una situazione come questa ci sono stati dei bei momenti. Come di solito accade, le disgrazie uniscono e mi sono messo a parlare con un venezuelano-tedesco che vive in Colombia ed e’ costretto ad andare fisicamente da suo padre in un paesino venezuelano a prendere i soldi perche’ c’e’ il blocco totale dei bonifici in valuta.
Non ci e’ arrivato perche’ sul nostro pullman non l’hanno fatto salire in quanto non aveva biglietto che non aveva potuto comprare perche’ non c’era nessuno all’ufficio. Il pullman era mezzo vuoto.
Poi conosco una cilena che lavora per l’ Unicef con la quale mi faccio il viaggio di notte e mi racconta come devo fare per raccogliere sponsor per il Tripcentre, dato che lei proprio di ‘ste cose si occupa.
Poi scende in mezzo alla Gran Savana/Sabana e mi dice di non perderla che’ bellissima.
Poi mi metto a parlare con un brasiliano molto simpatico che mi dice:
- “Eu soy pastore…”
e mentre io penso a qualcosa di simpatico da dire sulle pecore (giuro), aggiunge
- “..si, pastore evangelista e soy andato a evangelisare una iglesia en Venesuela” (ragazzi metteteci in mezzo l’accento brasiliano ed e’ troppo forte).
Da dire: il bus era di una comodita’ estrema, con sedili reclinabili quasi-a-letto e aria condizionata, tanto che mi sono detto:”invece di fermarmi vado fino in Brasile”. E pensare che su due volte che ho preso l’intercity in Italia, due volte non funzionava l’aria condizionata e una volta abbiamo avuto due ore di ritardo e non mi hanno dato il bonus perche’ non avevo prenotato (?!?!!). Vabbe’.
Ma insomma, arrivato in questa citta’, scopro che ci vuole il certificato internazionale contro la febbre gialla e che dopo essersi inoculati il vaccino, bisogna aspettare 10 giorni. Uno sguardo agli avvoltoi volteggianti nella Savana e decido che 10 giorni qui non li voglio passare.
Avendo calcolato a puntino i soldi (non fatelo mai), mi sono ritrovato con 1000 bolivar (circa 1000 lire) e non ho potuto prendere un taxi, per cui via a piedi sotto una pioggerella fitta fitta fino a questo posto western dove come prima cosa mi butto in una banca e in solo un’ora me ne esco con dei soldi (perche’ non sono andato al bancomat? Non prendeva la Visa e il conto sul quale ho la Maestro/Cirrus e’ quasi a secco).
Mi piazzo poi in un bell’Hotel a pochi schei (7 euro) e via alla ricerca del certificato.
Una volta sistemato il problema burocratico apparentemente insolubile dato un ospedale in “sciopero indefinito finche’ non ci pagano”, mi faccio un giro in bicicletta per la Gran Sabana, con tanto di avvoltoi che si mangiano un cane morto, e al ritorno mi perdo col sole che quasi cala e le zanzare che iniziano a penetrare lo strato di Autan.
Cerco di orientarmi con il sole ma mi rendo conto che non me ne intendo di questi sistemi moderni e gia’ mi vedo stecchito a fare da dessert agli avvoltoi ed ecco che tra l’erba alta un metro appare un indigeno in abiti civili e gli chiedo la strada e lui con lo sguardo saggio forte di una cultura millenaria, senza un attimo di dubbio, mi dice: “di la’”.
Allora vado di la’ e stanno bruciando l’erba e se arrivavo 5 minuti dopo avrei dovuto pernottare dagli indigeni e parlare in Swahili con i solito discorsi sulla Grande Luna e il Leopardo parlante.
Alla fine la mia avventura finisce e anche se il tutto si e’ svolto a 5 km da Santa Elena, mi e’ sembrato di essere un eroico esploratore.














