Gli ultimi giorni

Saint Istvan a BudapestPraga, Sabato sera 26 Gennaio 2002, ore 23:25 e il giorno dopo
L’ultimo giorno a Budapest c’era il sole. Un bel sole deciso come non se ne era visto da un pezzo in questa parte d’Europa. Incoraggiato dai colori vivaci, dopo aver lasciato l’appartamento nella casa e la valigia in stazione, decisi di girovagare per la citta’ e scattare qualche foto.
In quei giorni infatti avevo solo girato per lavoro, passando accanto ad arte, storia ed architettura senza avere il tempo di goderne l’influsso benefico.
Dato che Dio probabilmente esiste (lo dice Bush) e non cessa mai di ricordarmi che dovrei andare in Chiesa piu’ di una volta ogni tre anni quando fuori fa freddo e non ho altro da fare, una spessa coltre di nubi venne a coprire il sole rendendo cosi’ le mie foto grigie e tristi.
Passeggiando allegramente con 15 chili di computer, macchina digitale e carte varie che non mi fidavo a lasciare nelle mani degli annoiati impiegati del deposito bagagli della stazione, mi godevo il sole (prima dell’intervento divino) e mi pareva di passeggiare per Sidney.
Ora, Budapest con Sidney c’entra poco ma come sapete la psiche umana non sempre segue le leggi della logica, specialmente nel campo delle associazioni spontanee, quindi rilassatevi e leggete lasciando da parte la vostra attivita’ critica che se funzionasse non stareste certo leggendo queste righe ma magari qualcosa di piu’ serio ed edificante.
Tornando a noi…me ne andavo come la bella donzelletta per la campagna in mezzo ai magiari quando finii davanti a un bel pezzo di Chiesa che si ergeva bella e possente vicino alla stazione dei pullman. Cominciava a far freddo e il braccio ormai da amputare a causa del peso del computer accentuarono la mia curiosita’ verso l’interno della Chiesa (San Istvan o qualcosa del genere) e in particolare delle panche. Premettendo che sono un ignorante da paura, risultato di una scuola superiore di ragionieri programmatori dove le ultime cose che ti insegnano sono appunto ragionare e programmare, devo ammettere che di chiese ne ho viste talmente tante che ne ho le xxxxx piene, in particolare dell’interno. Il fatto e’ che stavo leggendo “Il gobbo di Notre-Dame” del caro vecchio Hugo, e mi era venuta voglia di vedere che effetto faceva. Risultato: nessuno, purtroppo.
Questo non per dire che le chiese sono noiose ma che o hai un minimo di cultura o e’ meglio che lasci stare. Ne derivo umilmente che la chiave del piacere del viaggiatore culturale sono i libri.
Ho letto due libri chiesa-centrici: “I Pilastri della terra” di Ken Follet e “Il gobbo di Notre-Dame” di Hugo. Adesso avrei voglia di vedermi le chiese di cui parlano, perche’ me le sono immaginate, ne so la storia…i libri le hanno rese vive.
Quindi la nuova regola e': rovinarsi gli occhi sui libri prima di andare a vedere le citta’ storiche.
In realta’ c’e’ un altro sistema per chi proprio di leggere non ha voglia: crearsi la propria storia della citta’. Cioe’? Cioe’ andarci un sacco di volte cosi’ che dopo qualche anno, passando per quella strada ti ricorderai di avvenimenti e situazioni.
Prima per esempio me ne passavo davanti alle venditrici di panini al formaggio e quasi mi mettevo a ridere perche’ mi era venuto in mente di andare da loro con un cartello con su scritto: 100 – 25 = ?
e chiedere loro il risultato, ahahahahah!!! Giuro che questa storia del wrong changing (vedi report precedente) e’ troppo forte perche’ ha dell’innocenza insita nel gesto. Cioe’ io sono convinto che queste signore abbiano costruito un sistema filosofico atto a giustificare moralmente la fregatura (turisti ricchi, troppe tasse, troppo freddo, prezzi bassi…) e quindi lo fanno senza senso di colpa alcuno.

Insomma rieccomi in questo appartamento di via Krakovska a guardare giu’ dalla finestra e vedere la via dove per l’ultima volta ho visto la mia macchina e ogni volta sperare di vederla ricomparire, magari di un altro colore o con una targa diversa. Cammino e mi ritrovo ad immaginare la situazione, correre di sopra a prendere le chiavi, portarla via, andare alla polizia, ecc…illusioni.
Nella stanza dove stavano Manu e la sua ragazza adesso ci sono due polacchi, nell’altra nessuna.
Ho appena visto un’amica e ci siamo bevuti del vino, poi lei e’ andata a casa e io qui a rileggermi “In Patagonia” di Chatwin.
Ad un certo punto leggo questa frase: “nel 1865, 153 coloni gallesi sbarcarono (…), avevano cercato in tutto il mondo un pezzo di terra libera e non inquinata dagli inglesi (…), il governo argentino concesse loro dei terreni lungo il rio (…)”.
E arriva di colpo l’illuminazione che mi fa prendere una penna e segnare sul libro l’esatto momento dell’idea: creare una colonia in qualche isola, magari in Indonesia.
L’idea non e’ certo nuova, Paolo aveva (proprio qui a Praga), parlato di “Free Island”, un’isola dove puo’ venire chi vuole e fare quello che vuole. Ne avevamo discusso, ma piu’ di tanto non si era concluso. Ora, leggendo questo, mi viene in mente che forse si…cioe’ creando un’associazione magari supportata anche solo a chiacchiere da qualche comune o ditta, ci si potrebbe presentare al governo indonesiano (o tailandese, filippino..) e chiederli di farsi assegnare un’isola da sviluppare turisticamente. Partendo dalla prosaica constatazione che a sentire parlare di soldi i politici si commuovono, che in Indonesia ci sono circa 8000, (ottomila) isole disabitate e che tra l’altro il governo indonesiano sta spingendo i Giavanesi a colonizzarle (e che quelli non ne hanno proprio voglia)…sono arrivato alla conclusione che si potrebbe provare, no? Insomma io mi sono gia’ appuntato Re-Presidente-Direttore dell’isola e mi accontento di uno stipendio di 1550 Indo-Euro al mese (1 Indo-Euro = 1 Euro), Paolo lo faccio Ciambellano di corte e responsabile della viabilita’, il resto della plebe lo tiriamo su strada facendo.
Proibiamo la musica di Ramazzotti e la Pausini puo’ venire solo a fare la cameriera, chiunque sia stato con Alpi-Tour e gli e’ piaciuto deve richiedere il visto (50 Indo-Euro per 20 giorni), vietiamo la plastica, mettiamo internet con linea ADSL e i ladri di macchine cechi li diamo in pasto agli squali, mentre quelli slovacchi alle termiti.
Ok, sto vaneggiando, ma l’idea non e’ male, no?
Lo so, mi pare gia’ di sentire tutti i “ma” e “pero'” e di vedere i sorrisetti compiaciuti degli scettici ma ricordatevi di Cristoforo Colombo quando disse che era arrivato alle Indie e nessuno gli credette (e infatti…).

Comunque ricordatevi della data del 27 gennaio 2002, e’ destinata ad entrare nella Storia.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>