L’ultimo report dall’India

Aeroporto di Delhi, 1 Dicembre
Ok, ho appena acceso il computer, verificato se per caso si sono inventati di mettere il Wireless (ovviamente no) in un aeroporto internazionale di un paese famoso per i progressi della sua industria IT, scoperto che non c’è nemmeno più un internet point, e allora scrivo l’ultimo report indiano.
Lek é appena partita, torna nella sua Thailandia sotto occupazione militare (detta così é da paura), e ogni cellula del suo corpo freme per l’assimilazione del primo Tom Yam Kung (zuppa di gamberetti).
Sono le 7 di sera, sono qui dalle 4, e il mio volo é alle 3 di notte. Ciò mi rende un parìa aeroportuale, in quanto non posso entrare alle Partenze (lì dove fanno i check in) e mi devo accontentare della sala di aspetto esterna, dove pago 30 rupie perché il mio volo é tra più di 5 ore. Più passa il tempo e più salirò di grado: tra tre ore non dovrò più pagare (ma ho già pagato), tra cinque potrò entrare nelle Partenze e tra otto volerò in alto tra le nuvole in compagnia di Rama e Krishna.
Intanto subisco il purgatorio. Qui stanno perfino facendo dei lavori e mi tocca respirare polvere.
Posso dirlo? Ma andate tutti a fanculo!!!!!!! Scusate, lo dico senza cattiveria né arrabbiatura, ma ogni tanto ci vuole, giusto per tenere gli animi all’erta.

Ho appena visto una mega zanzara aggrappata al mio zaino. Non mi dire che mi becco la dengue proprio adesso. La scaccio.

L’addio all’India lo abbiamo vissuto qualche giorno fa, a Gokarna. Eravamo sul Tuk Tuk per andare in stazione, avevamo appena salutato la famiglia amica di Lek, il sole stava per tramontare (niente, o ci metti un tramonto o non funzionano i report commoventi. Comunque stava davvero per tramontare) e “il paesaggio era imbevuto dei colori del tardo pomeriggio, profondi ed evocativi di una nostalgia di un tempo passato, forse mai vissuto” (questa é una pseudo-citazione, cioé la frase é mia e non l’ho mai letta, ma da qualche parte é sicuramente già stata scritta). Io guardavo fuori a destra e Lek a sinistra.
A un certo punto mi giro per chiederle come sta lo stomaco, e vedo che piange.
Scusate, non voglio capitalizzare sui pianti altrui per dare un pò di verve a questi blandi report, ma mentre la guardavo, lei e il background indiano che le scorre colorato (imbevuto dei colori…ecc..) dietro, vedevo la perfetta fine del viaggio.
Non é stato facile per lei questo viaggio: le scomodità, le eccessive attenzioni degli indiani (dopo 3.200 where-are-you-from e 12.543 sguardi incollatissimi, sclererebbe anche Gandhi), il cibo e il viaggiare costante le avevano fatto non sopportare alcuni aspetti dell’India.
Ma poi a Gokarna ha visto un’India diversa ed era contentissima.

E mentre guardavo quelle lacrime, capivo che erano l’approvazione finale.
Allora mi sono associato mentalmente all’addio. Ho detto addio e il resto é stato cronaca, fino ad adesso (l’addio l’ho detto, fatemi partire!!).

Ora se ne andrà a casa e tra qualche giorno si renderà conto del regalo più bello: aver viaggiato due mesi é come aver vissuto sei.
E forse anche dell’altro regalo che ti dà sempre la strada: maggiore libertà di essere té stesso, perché temporaneamente non sei stato sotto l’influsso dei raggi ultravioletti condizionanti che spara la società. Adesso forse li sentirà.

Io, da parte mia, mi sentivo un pò orso, senza emozioni. Cioé lei piangeva e io non trovavo emozioni dentro di me. E allora via a chiedermi allora perché viaggio. Cioé se non viaggi per le emozioni, per cosa viaggi? Ma la risposta c’é: viaggio perché é l’unica soluzione.
Se avrò tempo ve la spiegherò meglio, adesso sono stanco.

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