Questo é un capitolo del libro che sto scrivendo online: TripLife 1.0 Manuale per Vivere e Lavorare Viaggiando.
Qui c’é la presentazione.
Mandami commenti, critiche e suggerimenti, mi aiuterai a scriverlo nel miglior modo possibile.
Questo capitolo si chiama:
Il muro psicologico
Questo non é un vero e proprio capitolo, ma una specie di intermezzo per sottolineare un concetto fondamentale: il più gran nemico del tuo progetto sei tu.
Vivere viaggiando, non é tecnicamente difficile.
Si tratta semplicemente di raccogliere più soldi di quanti ne escono.
Guadagnare qualcosa, e farlo durare al massimo.
Se ti va male lavi cessi e mangi riso fritto per mesi dormendo in tuguri.
Se ti va bene fai cose più interessanti e hai più comodità.
Se il tuo sogno é vivere viaggiando, lo puoi tranquillamente realizzare, non servono libri come questo, che infatti é completamente inutile per alcune persone.
Il problema é quando cominci a porre dei paletti a quanto ti vuoi “abbassare”. Se poni degli standard minimi troppo alti di pulizia, qualità del cibo, comodità e lavori, rischi di chiudere quella finestra, ora aperta, che ti permette di fare un salto nella Terra Degli Uomini Liberi (Che a Volte Lavano Cessi).
Non sto dicendo che devi partire e fare una vita scomoda. I paletti li decidi tu e vanno benissimo.
Ma non andare in giro a dire che “vivere viaggiando é difficile”, quando la verità é che “non mi sono voluto adattare, ho una mia dignità”.
Un altro grosso problema sono le tue paure. Se non parti per colpa loro sei in buona compagnia.
90 persone su 100 sono rimaste nel limbo dei “Quasi Partivo Mannaggia!”.
Esistono dei club dove si ritrovano ogni martedì sera a leggere libri di viaggio.
Tra te e uno o più anni di aria incredibilmente fresca ci sono poche migliaia di euro, il coraggio di fare un piccolo salto e la capacità di staccarti da quello che sei (o credi di essere) per diventare quello che puoi.
Sono cose che ho già detto spesso in altri testi, ma se non é chiaro questo, la lettura di questo libro non ti servirà a niente.
















gennaio 25th, 2010 alle 09:28
accipicchia quanta bontá!!
gennaio 25th, 2010 alle 11:17
Per quello che mi riguarda, le esperienze di viaggio aiutano a vedere con più chiarezza la propria scala di priorità. Finché sei nella routine, e tutti i tuoi “simili” si pongono come obiettivo quello di avere una macchina nuova, probablimente, e quasi senza accorgertene, anche tu seguirai il trend. Viaggiando, quindi “uscendo da sé stessi”, puoi invece rivedere con spirito critico queste priorità. Se poi ti accorgi che quello che lasci non è poi così importante, e che altrove puoi trovare qualcosa a cui assegni un valore più alto, allora è il momento di fare delle scelte. Secondo me, chi è partito non era (o non era soltanto) un sognatore, io credo che la determinazione per perseverare in una scelta di vita così netta possa provenire solo da una scelta rigidamente razionale, la scelta di chi ha potuto soppesare due o più alternative di vita, e alla fine ha optato per una di queste, a discapito delle altre.
gennaio 27th, 2010 alle 18:36
Quando si lascia il percorso seguito dalla massa ci si ritrova inevitabilmente ‘soli’ e fragili di fronte alle nostre paure ed insicurezze. E’ più facile lamentarsi che attuare una strategia razionale per realizzare i propri sogni. Io credo, fermamente, che i sogni si realizzano soltanto quando si pianifica a tavolino una strategia vincente e soprattutto quando si decide che questi sogni devono diventare realtà. Molti decidono di non realizzare i propri sogni perchè hanno bisogno di continuare a sognare qualcosa! Personalmente, io aspiro a diventare libera di vivere e lavorare ovunque desideri nel mondo. Non è più un sogno da quando ho imparato piano piano a convivere con me stessa e a non sentirmi più sola nel desiderare quello che voglio.
febbraio 19th, 2010 alle 03:01
anch’io la penso come Mastazi. ho fatto esattamente lo stesso discorso a me stesso negli ultimi mesi, e piano piano mi sono reso conto dell’ineluttabilità della scelta. una scelta già fatta dentro di me, che di fatto rappresenta uno spartiacque nel modo di intendere la vita, un taglio alle aspettative familiari, anche un radicale cambiamento di prospettive, e come dice Luca, di aspettative in termini di comfort.
guarda caso, il processo ha avuto una radicale accelerazione al ritorno da un viaggio di appena 2 settimane in Myanmar, dopo però aver vissuto 3 mesi in Indonesia e visto qualcosina in giro per il sud est asiatico.
come molti di noi, mi sono innamorato di quella parte del mondo e ho deciso di tornarci. stavolta, per iniziare un percorso, il mio percorso. ho idee in mente, non di diventare intermediario turistico; cose che si potrebbero fare anche qui da noi, ad avere il fegato di restare sulla barca che affonda, e soprattutto di sbattersi fino alla morte per un posto che altrove ti è reso accessibile.
ho deciso di partire. è un passo difficile, sì, ma non posso negare che ripeterlo mi fa stare ogni volta meglio. non c’erano altre opzioni del resto; quando inizi a pensare di voler viaggiare, anzi vivere davvero il mondo, hai solo due strade davanti. quella del tutto per tuttto e quella dei rimpianti.
leggere i vostri post mi fa sentire meno solo in questa avventura.
febbraio 19th, 2010 alle 11:03
non sei solo, appena parti trovi tutti gli altri.
Sei solo qui, perchè gli altri sono partiti.
aprile 13th, 2010 alle 16:13
Ahahah grande Luca! Geniale risposta ahahah (rido però è verissimo…)