Verso una lapide migliore

Ho sempre tenuto divisi il mio essere “trip” e il mio lavoro.

Il motivo non é un purismo di viaggiatore. Avevo semplicemente paura che se si fosse scoperto che dietro ai miei siti c’era un backpacker, molti non avrebbero prenotato preferendo un sito più serio con dei lavoratori veri alle spalle, non un tripluca qualunque.

Come in tutte le situazioni che ci portano a non essere liberi di esprimerci per quello che siamo, ma ad avere due facce, non ero completamente soddisfatto.
Certo, si trattava di un dualismo completamente virtuale e non totale: a chi mi conosce come tripluca non ho mai nascosto nulla, anzi, la storia é lì per essere letta dall’inizio, sin dalla sua genesi.
Ed ai proprietari non ho mai nascosto di spendere i soldi delle loro commissioni in capirinhas a Natal, si-fu-frai-rai a Bangkok e tabacco per la pipa di Porchetti ovunque ci fosse la situazione giusta per una ripresa.

Ma non mettevo troppi link dai siti trip verso i siti business per evitare che da quelli si potesse risalire all’origine barbona di un business rispettabile.

Poi, l’idea di coinvolgere le persone che mi conoscono come tripluca nel nuovo progetto,  la raccolta dei soldi, la creazione di un gruppo (los ventiuno)…tutto succede molto in fretta e non mi accorgo della cosa più importante:
é il trip che dà un mano al business, vendicandosi così, bonariamente, della poca considerazione.

Ed é anche, finalmente, il trip che non si vergogna e il business che lo accoglie con pari dignità.

A pensarci bene é giusto: il business é figlio del trip, nato grazie a lui e in funzione sua.

Questa cosa mi ha colpito a Praga, dove siamo stati con i Manager a gennaio.
Non l’avevo ancora capita appieno, ma trovarmi lì con loro, a parlare di affari ma a sognare di libertà, mi ha confermato che tutto ha un senso e forse segue un filo.

La storia ha una sua potenza che non richiede altro che la cronaca semplificata:

ragazzo che vuole viaggiare e cerca un modo, lo trova trafficando in internet, viaggia molti anni, poi ne coinvolge altri per fare una cosa più grande, e assieme creano una realtà che permette a molti di loro di viaggiare (o essere liberi in un altro modo).

C’é quella cosa in più.

Si, parliamo di business, si sono mossi soldi, e lo scopo é che tornino moltiplicati. Io lo faccio per puro interesse personale.
Capitalismo puro. Ok.

Ma quella cosa in più c’é, palpabile.
Quella cosa che le multinazionali cercano di creare con degli slogan ma che dentro non hanno niente se non  i soldi spesi nel concepirli.
Noi ce l’abbiamo, e non dobbiamo nemmeno comprarla.

C’é, perché nasce da un’esigenza di maggior libertà, non da quella di fare i soldi per i soldi in sè.
E se questa cosa dovesse andare bene noi non saremo “quelli che  hanno i siti di appartamenti”, ma “quelli che lavorano online e hanno mandato  a fanculo capi, orari e costrizioni”.

C’è chi viaggia, chi sta di più a casa con la famiglia, chi lavora meno e legge di più….chi fa più quello che sente, e meno quello che gli viene ordinato.

Per me é la sintesi perfetta tra il bisogno di lavorare e la necessità di fare qualcosa di più grande.
Ai “tempi della cravatta” percepivo un certo vuoto nello spaccarmi il culo per vendere più pompe dei concorrenti (non fraintendetemi vi prego).
Già vedevo la mia lapide con su scritto “aumentò il fatturato della Project del 12%”.

Oggi posso sognare una lapide migliore: “lotto per la propria libertà e poi per quella degli altri. Non ce la fece e finì a fare il trans depilato a Bogotà. Ma almeno lui ci provò”.

E’ più bello svegliarsi la mattina pensando a una lapide così, no?

Con un sogno del genere si può andare lontano. Ce la faremo?
Ci proviamo.