Il mito di Broome e tentativi aborigeni

Smoking in Australia Kununurra, Kimberley, Western Australia, martedi 20 Luglio 2004
Da qualche giorno ormai eccheggiava nell’aria quella parola: “Broome”. Sterminati km di deserto ai lati della strada di terra rossa e un sole sarebbero dovuti terminare gloriosamente col rientro nella civilta’ una volta arrivati a Broome.
Le preoccupazioni economiche di Diego e Alberto sarebbero dovute terminare con il lavoro che avrebbero trovato a Broome.
A Broome avremmo trovato anche altri viaggiatrici e viaggiatori (applico il politically correct anche ai miei report adesso) con i quali condividere momenti di felicita’ dopo il nulla del deserto.

Quando ormai ci avvicinavamo alla citta’ sentivamo che ci aspettavano momenti di gloria indimenticabile e fiduciosi prenetrammo nel conglomerato urbano alla ricerca di un alloggio. Tutto pieno: ostelli, camping, Hotel e panchine nel parco.
Quasi rassegnati ad una nottata in macchina chiediamo in giro e ci indicano un ostello un po’ nascosto: il Last Resort. Il nome non ispirava molto fiducia, perche’ L’Ultimo Resort? Ma presto avremmo capito.

Avevano quattro letti, in tre stanze differenti. A Diego e Fabio dicono: Voi andate in stanza con una Svedese. Nei loro occhi si legge subito un improvviso aumento del testerone e un blocco completo della salivazione.
A me danno la 12, ad Alberto la 14.
Salgo e in stanza trovo una coppia, li scansiono, ci faccio due chiacchiere. Lui non parla, ma lei parla anche per lui. E’ simpatica, 120 kg di simpatia per essere esatti. Lui e’ evidentemente sottomesso fino al midollo e forse parla solo col permesso. D’improvviso mi rendo conto che forse dovro’ assistere alle loro effusioni amorose notturne sul letto matrimoniale e mi spavento. Mentre parlo con lei, solite cose che si dicono i backpackers, tasto nella mia borsa e verifico di avere i tappi per le orecchie. Ok, gia’ meglio.
Scendo, trovo Alberto.
– “Com’e’ la stanza?”
– “Boh, non c’era nessuno”
Troviamo Fabio e Diego:
– “Com’e’ la Svedese?”
Non rispondono, ma lo sguardo deluso e’ chiaro.
E’ gia’ sera e questo vuole dire che le inglesi e gli inglesi sono gia’ ubriachi. In effetti in quei posti non serve avere un’orologio, basta vedere se gli inglesi sono ubriachi. Se lo sono, sono passate le sette. Piu’ precisi di un tramonto.
Mentre cuciniamo qualcosa sotto lo sguardo attonito degl’inglesi (loro non cucinano, scaldano scatolette e si nutrono di birra), cominciamo a capire dove siamo finiti.
Il 90% delle donne hanno gravi problemi di obesita’ che stanno cercando di curare con massicce dosi di birra prima che finisca l’happy hour. Mentre ci mangiamo l’insalatona arriva la Svedese, barcollante e la fotocopia al contrario della Venere di Milo, e praticamente si autoinvita a divorare qualcosa del nostro cibo.

A un certo punto una voce dice “e’ arrivato il pullman, tutti dentro!!”. E’ il bus che ci portera’ gratis alla discoteca.
Saliamo e ci rendiamo presto conto di aver fatto un errore. E’  Sodoma e Gomorra, versione Western Australia.
Salgono una decina di inglesi abbruttiti dall’alcol e una ventina di ragazze alcolizzate. Sono tutte, 100%, sopra i 100 kg.
Una biondona che vale tre miss universo si siede sulle gambe di Diego che d’improvviso non parlava, ma gli si leggeva chiaro in faccia che soffriva, ma lei era un piccolo grande grande grande amore.
Una maltese, ubriaca, scopre che siamo italiani e ci dice che le piace l’Italia e ci vieta categoricamente di parlare italiano “stop talking fucking italian” e’ la sua frase ricorrente. In cinque minuti siamo dominati e abbiamo paura a parlarci.

Ci dice che basta che diciamo che siamo italiani e tutte le donne saranno per noi. Per la prima volta in vita mia ascolto con terrore questa leggenda metropolitana, sperando non sia vera.
Assistiamo a un “concorso miss maglietta bagnata” ma non vediamo niente e in realta’ non dispiace neanche molto.
La serata passa tranquilla, nessuno di noi beve troppo per non perdere il controllo ed evitare tragedie, e ce ne torniamo a piedi belli sobri.
Arrivo in stanza, la coppia non c”e, infilo i tappi e dormo.
La mattina mi sveglio e loro sono a letto, dormono. Vado in bagno, torno, lei lo sta accarezzando. Lui guarda il soffitto triste e non parla. Mi da’ l’impressione di un agnello consapevole che e’ la vigilia di Pasqua. Esco e non ci penso piu’.

Il giorno dopo andiamo in spiaggia “la spiaggia piu’ bella del mondo”, classica pompata da ufficio turistico australiano,e giochiamo a pallone con altri due italo/bresciani. Alberto che ha il piedino delicato da ragioniere di Monza perde la pelle dei talloni e va in infortunio per due giorni.

Dopo qualche giorno Alberto decide che a Broome non trovera’ lavoro e punta su Kununurra, io e Fabio, vacanzieri, decidiamo di seguirlo, Diego resta. Ci si divide, dividiamo i corn flakes, Diego e’ un po’ preoccupato ma sicuramente fara’ amicizia con qualcuno. Da soli si conosce sempre molta gente.

Cosi noi ripartiamo per i 600 km che ci separano da Kununurra solo per scoprire in seguito che in realta’ sono 1000, un errore di soli 400 km, che vuoi che sia.
La notte decidiamo di risparmiare e dormiamo fuori.
Ci mettiamo due ore a far bollire l’acqua a causa di un vento pazzesco ma quando la pasta e’ pronta si raffredda in 15 secondi e scopriamo perche’ gli aborigeni preferiscono i vermetti bianchi alla Barilla.
Passiamo poi un’oretta a guardare le stelle e facciamo una scoperta destinata a rivoluzionare l’astronomia: una costellazione a forma di boomerang. La battezziamo Vic 2004 in onore al rumeno dell’ostello di Perth e ce ne andiamo a dormire.
Io e Alberto dormiamo in macchina, freddo e spifferoso, con fondo duro e aguzzo. Inoltre le malelingue dicono che russo ma e’ sicuramente il rumore del vento.
Fabio si piazza nella sua tenda iper-tecnologica con sacco a pelo dell’ultima generazione, pila alogena da mettere in testa e lenzuola di seta thailandese. Lo sentiamo aprire e chiudere cerniere fino a notte inoltrata.
La mattina si alza bello fresco e non ci resta che ammettere la sua superiorita’ organizzativa.

Il viaggio continua tra deserti, ora collinosi e mai veramente deserti, e stazioni di servizio che, abbiamo scoperto, affittano aborigeni per dare un tocco di colore al business.
Gli aborigeni in questione sono pagati per passare la giornata sdraiati sull’erba a fare gli aborigeni in modo che i turisti possano dire:”hai visto come sentono il bisogno del contatto con la terra”.
Noi li vediamo, diciamo “hai visto come sentono il bisogno del contatto con la terra”, e ce ne andiamo piu’ felici sentendoci davvero in Australia.

Baobab australiano Nel frattempo penso che mi piacerebbe parlare con un aborigeno e ci provo in una galleria di arte aborigena a Kununurra.
Entro, vedo dei didgeridoo, e chiedo alla tipa alla cassa, aborigena:
– “posso provare i didgeridoo?”
Ci mette un secolo e quattro primavere a girare la testa, mi guarda, inarca la fronte e capisco che non capisce. Il didgeridoo ha almeno 30 nomi in aborigeno, penso, magari lei lo chiama in maniera diversa.
– “quei cosi li”, le indico.
23 anni dopo focalizza i pezzi di legno e mi dice un “si” cavernoso e secolare.
Ne suono due tre, sono pesantissimi, strano. Torno da lei:
-” sono in eucalipto?*”
* NDTL (nota di TripLuca) – i didgeridoo di solito sono in eucalipto.
Mi metto in attesa per i prossimi 3 secoli ma dopo solo due generazioni mi risponde.
-“credo che siani di vari materiali”
Ok, credo che parlero’ con un aborigeno maschio, con piu’ calma e fuori dal contesto commerciale di un negozio.

Il report di Piede Molle, lo Schiavo di Monza

Alberto affamato Kununurra, Kimberley, Western Australia, lunedi, 19 Luglio 2004
Quello che segue e’ un report di Alberto che ha appena trovato lavoro come schiavo.
Il seguente testo si inserisce nell’ormai consolidata corrente letteraria degli italiani che lasciano un comodo lavoro in Italia per andarsi a spaccare la schiena in Australia (vedi tripreport per altri esempi sotto: report 18 e Paolo)
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REPORT DELLO SCHIAVO DI MONZA

Sono costretto a lavorare. Questo terribile momento e` arrivato ed e` con il capo chino che mi accingo ad andare all`appuntamento col destino, al piazzale del supermercato di Kununurra.
Sono le cinque e da fonti ben informate qui davanti dovrebbero esserci almeno venti persone che litigano per un posto come raccoglitore di frutta, ma non si vede nessuno. Alle cinque e mezza, ormai rassegnato e immensamente felice per il ritorno a letto, vedo arrivare un’orda di giapponesi e il caporale che con il suo pulmino ci portera` ad esercitare la professione gratificante di schiavi. Salito sul pullman noto da subito i risolini e intuisco qualche sfotto` che i maledetti musi gialli mi rivolgono, dopo qualche minuto capisco il perche’. Abbigliamento musi gialli: jeans, calze di lana, scarponi, maglioni, berretti, zaini con cibarie, 12 litri d`acqua a testa. Abbigliamento Alberto: calzoncini, maglietta, scarpe da vela.
Alberto ferito da un seme di melone Superato l`imbarazzo dopo 15 minuti veniamo scaricati come bestiame su un campo sterminato di meloni, l`orizzonte e` lontano, lo sconforto mi prende lo stomaco. I cinesi o giapponesi che dir si voglia cominciano a lavorare a ritmi mostruosi scegliendo e raccogliendo i famosi meloni in base a criteri a me sconosciuti, rimango basito, lo sguardo cerca aiuto, il caporale farfugliando mi si avvicina e dice :”avri bai iu can fres,all right?” al terzo “all right” rispondo yes per non farlo incazzare, e` il panico. Decido di seguire i jap e dopo cinque minuti intuisco cosa stanno facendo e copio pari pari. Guarda il melone, abbassati, prova a staccarlo dal suo `gambo`, se lo fa e` maturo, buttalo nella cesta del trattore guidato dal caporale, ripeti il gesto quindicimila volte sotto il sole cocente.
Sono le quattro e dopo otto ore di lavoro, dopo aver mangiato un melone a pranzo, prego il mio dio perche` tutto abbia fine, non ci vedo piu`, mi abbasso a caso giusto per dare un`idea di moto a ‘sto schiavista sul trattore, qualcuno dice: ragazzi per oggi basta! Alzo gli occhi al cielo e ringrazio.
Ho ricordi molto vaghi del mio ritorno a casa, ricordo solo gente che parla e io che mi trascino fino alla
mia stanza ed al mio cibo. E` tutto finito fino a domani alle cinque. Ho voluto la bici…
ALBERTO

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