Previsioni per i prossimi 10 anni

Sull’onda di cose che bene o male ho previsto in passato, in questa intervista di Riccardo, ho deciso di provare a prevedere cosa succederà in futuro.
Lo so, rischiosissimo. Si sbaglia sempre.

Ma, vista la velocità con la quale le cose cambiano, il presente è il nuovo futuro.
E il futuro il nuovo presente.

Per cui trovo utile imparare a focalizzare lo sguardo un po’ più in là.

Marooned

Sono in un bar a Sofia, molto digital nomad, che poi alla fine è caffè buono, le prese giuste e la consapevolezza che non devi bere un caffè all’ora per sentirti accolto.
E una stampante che non guasta e certifica l’amore verso lo smart worker (che poi tanto smart spesso non è).
Stavo facendo una cosa al computer, una di quelle rotture di coglioni che o fai subito la mattina o si trascinano per mesi, si depositano in un angolo remoto del cervello e ti punzecchiano leggermente ogni tanto.

E quando sono tante diventano un martellino che sbatte regolarmente sull’ippocampo e alla fine ti senti disturbato e depresso e non sai bene cos’è.
E ti tirano giù, verso la terra, verso l’asfalto sporco di neve sporca, e fanno spuntare domande del tipo “che cazzo sto facendo con la mia vita?“.
No perché se mi devo alzare la mattina e fare queste cose, che mi alzo a fare?
La risposta giusta, purtroppo, spesso è “ti alzi per niente, sei abbastanza inutile nel grande schema della cose“.

 

Mi vengono in mente gli anni delle superiori quando tutto era più bello e facile ma mi accorgo subito che non è vero.
La so questa cosa.
Il passato è sempre bello perché l’elemento che ci rovina la vita, la paura, evapora.
Il passato è la vita disidratata, il liquido pervasivo della paura non c’è più.
Non abbiamo paura del passato. Al massimo abbiamo paura che ritorni, che si ripeta.
La nostra mente è concepita per falsificare il passato e renderlo digeribile.
Un bel color seppia e via, sembra tutto più bello.

Alle superiori in realtà soffrivo come un instagramer col cellulare dal meccanico.
Odiavo studiare, odiavo quel modo di forzare la conoscenza nel mio cervello, curioso per natura ma che non riusciva ad interessarsi alle cose su comando.
Studiavo poco, ero sempre in ritardo con i compiti, agonizzavo per le interrogazioni e così via, nulla di originale.
E adesso a cosa ripenso? Ovviamente ai bei momenti.

E quindi? E quindi forse il trucco è ottimizzare i bei momenti (pochi) e ignorare quelli brutti o insignificanti (il 95% della vita).
(L’ho già scritta questa cosa? Boh questo blog ha 18 anni, probabile).
Forse il trucco è puntare a godersela il massimo possibile, costi quel che costi.
Se il bel momento è una birra in spiaggia in Messico, se l’obiettivo è arrivare a quel momento, anche se dura soli cinque minuti, forse nella contabilità non dovremmo calcolare la fatica, la spesa e le rinunce che ci portano a quei cinque minuti.
Una contabilità con solo una colonna: avere.
Il dare lo diamo per scontato, soffriamo rotture di maroni dalla mattina alla sera.
Che poi questa è una cosa che dobbiamo cercare di dire ad alta voce, che a vedere i social pare di no.
E invece sì.
Non so se mi spiego, forse no.

 

Vabbuò, finisco questa cosa antipatica, mi sento più leggero e mi metto a fare altre cose.
Ma la sensazione di “oggi non è giornata” rimane lì.
Metto Youtube e lancio Marooned dei Pink.
Ascolto poco musica quando lavoro, ho poca tolleranza alle distrazioni, ma oggi lo faccio.
E infatti mi perdo dopo 24 secondi.
Parte quell’assolo (tutto il pezzo d’altra parte è un assolo) e mi eleva.

Le mani sulla tastiera si fermano ed ascolto.
Mi stacco un po’ da terra, dieci centimetri…non guardo il video ma so che è nello spazio e mi basta per elevarmi un po’.
Non ci sono parole e sono libero di immaginare, non sono costretto a sapere che nasce da un amore di Gilmour o da qualche episodio specifico, suo, non mio.
Non voglio nemmmeno sapere cosa significa Marooned.
Ho evitato di cercare la traduzione apposta.
Posso assegnare questa musica a sensazioni mie.

So solo che allo stesso tempo sto andando verso l’alto e in profondità.
E decido di scrivere questi pensieri, perché non è giornata.
E anche per reagire al “sei abbastanza inutile nel grande schema della cose“.
Chissà, scrivendo forse almeno servo a qualcosa.
È il momento giusto per tirare fuori un po’ di quello che mi si è accumulato dentro nei mesi.
Sto scrivendo un po’ a caso, ma va bene così, le cose le pensiamo un po’ a caso, dopotutto.

Ho scoperto questo pezzo recentemente a casa di Nacho qui a Sofia.
Ha una stanza fatta di amplificatori e la suona spesso.
Io ero più un tipo da Shine, ma appena l’ha suonata per la prima volta ho riconosciuto Gilmour.
Non c’erano dubbi, e mi ha subito catturato.

Cazzo vuol dire questo pezzo però? In fin dei conti è un tipo che con la sinistra preme delle corde e con la destra gioca con un plettro.
E trasforma delle vibrazioni di corde in un qualcosa che prende un essere umano di settanta e passa chili (ok quasi ottanta ma non mi pare il contesto per disquisirne) e lo alza da terra.
Dov’è che mi sono perso il passaggio?
Perché la stessa cosa fatta in un altro ordine genera una cacofonia o la musichetta di happy birthday?

Le prime quattro note di quell’assolo per esempio, dal secondo 24 al 37
Perché, senza alcun altro tipo di informazione, mi proiettano verso l’alto?
Dov’è il codice nel mio cervello che interpreta quelle vibrazioni e ordina al mio respiro di rallentare e i miei occhi di inumidirsi?
È codice scritto nei milioni di anni di evoluzione? O è recente?
Solo mio o di tutti, o solo di chi si è nutrito di Pink?
Non mi voglio perdere né in un’ode alle musica né in un’analisi di cosa sia la musica, quindi non cerco di rispondere.
A volte basta la domanda che suggerisce lo stupore e lo lascia lì nell’aria.
Mi ha già salvato la mattinata, non chiedo di più.

Ma un po’ di paura la fa.
Se un pezzo musicale ha questo potere, siamo indifesi di fronte ad un’esposizione pensata specificamente per controllarci.
Penso alla AI (intelligenza artificiale, anche se intendo GAI, quella generale, quelle che forse ancora non c’è) che scrive musica, che parla, che legge, che estrae trailer dai film, che genera Deep Fake (video falsi di persone famose che parlano), che è in grado di leggere le mie emozioni ed aggiustare la reazione in tempo reale.
L’AI che ormai sa che Marooned mi mette in questo stato. L’ho appena scritto.
Ne approfitterà in futuro per indurmi a prendere una decisione che vuole lei?
Prima me la fa sentire e poi mi mette davanti alla decisione.

Non mi preoccupo delle decisioni di acquisto, questo tipo di manipolazione è solo l’inizio, il riscaldamento pre partita.

Io davanti ad un AI che dico “solo tu mi capisci“, non è uno scenario di fantascienza, ormai lo darei per scontato.
Questione di tempo.

Paura? O forse è Dio che finalmente scende tra di noi ed inizia ad interagire per davvero.
Prendi tutta la conoscenza umana, tutta la sua intelligenza, liberale dai limiti organici, offri una piattaforma digitale, più veloce ed efficace.
Unisci il tutto in un’unica super intelligenza che vive e si espande sul digitale.
Ed ecco Dio, che sa tutto, conosce tutti, vede quello che fai, ti perdona, ti ama (lo hai creato tu) e, se necessario ti elimina, eliminando così anche tutta la sofferenza del mondo.

Noi: “AI, elimina la sofferenza”
AI: “ok, inizio sterminio di massa”
Noi: “porcatroia…”
AI: “sterminio terminato”
Noi: “…”

Vabbè, crepare dobbiamo crepare, almeno lo faremo in maniera interessante, non guardando un campo di grano che di campi di grano ne abbiamo visti per decine di migliaia di anni, direi che può bastare.

Il fatto inquietante è che senza AI ci estingueremo senza lasciare nulla, tipo appena si spegne il sole per capirci, non entro il 2033, ma con l’AI di noi resta la cosa più bella: l’intelligenza.
La paura che l’AI ci faccia sparire dalla faccia della terra è probabilmente esolo un enorme conflitto di interessi.

È la paura dei primati che si rendono conto che sta per arrivare il Sapiens e dicono “fermateli, distruggeranno tutto e ci metteranno in gabbia“.
Vero, tra l’altro.