Lek e Fausto, due diverse partenze

Giornata strana. Questa mattina sono salito in treno con Lek e siamo andati a Milano dove abbiamo avuto solo il tempo di un ultimo gelato e l’ho dovuta imbarcare sul bus per Malpensa senza il tempo di accompagnarla in aeroporto.
Il treno di ritorno mi riportava subito a Mestre, con un pensiero a Lek che torna a casa e al funerale di Fausto che mi attende.
In macchina accendo la radio e mi avvio verso il funerale di uno dei migliori amici della mia vita.
Arrivo a Ponzano ma prima mi butto in un bar per un caffé che mi tenga sveglio. Al banco mi precedono di un soffio i becchini, coi loro bei vestiti e lo sguardo di circostanza che per un attimo sfuma, lontano dagli sguardi della gente.
La chiesa é piena, e mi metto in mezzo alla gente all’esterno.
Mentre tento di convincermi che sono al funerale di Fausto, intravedo vecchi amici, gente che non vedevo da molto ma che per un periodo sono stati di casa a Selva.
Sento la voce del prete, Don Giuliano, il prete degli immigrati, l’unico che ha il diritto di parlare di Fausto, forse l’unico che Fausto rispettasse.
Giusto per chiarire, anche ora mentre scrivo, non sono totalmente consapevole che Fausto sia davvero morto.
Non starò a raccontarvi altro del funerale. Per una volta ancora scrivo per me, per tirar fuori quello che ho dentro, che é un pò troppo stasera.
Dopo le letture degli amici dal pulpito, durante le per me insignificanti frasi del rito cattolico, pensavo a come Fausto avrebbe voluto fosse il suo funerale e a come vorrei fosse il mio.
Perché che tu sia cattolico o meno, alla fine ti portano sempre lì e pregano sempre che le porte del paradiso ti vengano aperte e che tu venga accolto dai santi.
Lo stesso Don Giuliano si chiedeva se non fosse una forzatura obbligare Fausto a ciò.
Ma che importa? E’ un rito, lasciamo che lo facciano, non possiamo certo inventarne uno per ognuno. Ciò che conta é il senso di persone che si riuniscono per salutare un caro.
Mi ha fatto piacere esserci. Ho pianto, quando ormai non piangeva più nessuno.
Specialmente quando vedevo amici comuni, miei e di Fausto, e improvvisamente mi rendevo conto della sua assenza.
Non ho sentito il bisogno di capire e non ho sentito il bisogno di imprecare come Federico di Roma che ieri al telefono ha proferito una bella bestemmmia. Non lo dico con ironia.
Quel “Porco …, non va bbene, non se pò, e 30 anni non se pò”, é stata la più bella bestemmia che abbia mai sentito.

Mi sono limitato a camminare in mezzo alla gente, e vedere volti conosciuti, ognuno dei quali mi regalava un flash di momenti passati con Fausto.
Fausto che ho amato e ammirato come forse nessun altro amico perché era un diverso come mi sentivo io, nonostante ci sia poi persi.

Pensavo sempre a lui, che voleva viaggiare con gli sponsor, che ci teneva alla notorietà che lo avrebbe portato a poter viaggiare di più. E senza rendermene troppo conto ero in competizione, compiaciuto che io, senza cercarlo, avevo ottenuto più notorietà di lui ed ero in vantaggio.

E non mi rendevo conto che era passato ad un livello ben più alto, aiutando gente in Darfur, Angola e Banda Aceh, prendendosi anche la malaria, mentre io viaggiavo senza meta, ancora alla ricerca del piacere.
L’avevo lasciato al 2000, senza rendermi conto che in sei anni era sicuramente cambiato.

Al mio funerale vorrei che fosse stampato il mio libro, “La Lunga Estate” e regalato ai presenti. Questo fino a nuovo aggiornamento.

Noi che siamo restati andiamo avanti e, come puntalizza Irene, ricordiamoci che tra le cose importanti che abbiamo, la più importante e sottostimata é il tempo.
Vorrei sentire adesso quelli che rimproveravano a Fausto che non stava pagando i contributi per la pensione.
Ieri mio padre scherzosamente diceva che mi piace vivere sul filo del rasoio.
Sì, ma non é una mia scelta.

Morte di un viaggiatore

Fausto, Giuseppe e Paolo a St. Kilda Citazione: Siamo a Melbourne e sono le tre di mattina. Sono seduto al tavolo della sala da biliardo dell’ostello, gente che gioca, musica alta, chi va a letto, chi si sveglia, chi esce, chi entra. Un tipo ha appena saltato una sedia e si e’ messo a rincorrere un amico in giro per i corridoi. Una ragazza che sembra Brigitte Nielsen parla al telefonino girando per le stanze. Fausto e’ andato a letto e io comincio la nostra storia…..

Nel 1999 abitavo a Selva del Montello con Fausto. Decidemmo assieme di lasciare tutto e andare in Australia. Lasciammo i lavori e la casa e partimmo. Dopo pochi mesi la decisione di viaggiare ognuno per conto proprio.
Al rientro vivemmo ancora un pò assieme a Selva, poi io me ne andai in Spagna e lui da qualche altra parte. Ci perdemmo.
Quando tornavo in Italia lo cercavo e solo una volta lo trovai, ma era impegnato con la ristrutturazione della casa e non ci incontrammo.
Eravamo stati grandi amici e avevo paura che non lo fossimo più. Pensavo spesso a lui.

Un paio di mesi fa mi chiama Paolo e dice che Fausto é in ospedale. Lo chiamo e sua madre mi dice che lo stanno curando.
Quando esce vado a trovarlo: tumore al cervello.
Parliamo, mi appare positivo e speranzoso. Non gli faccio la domanda chiave: che speranze ti danno i medici?
Mi dice che purtroppo per sei mesi non potrà fare niente, deve prima guarire. Si lamenta del fatto che non può nemmeno guidare.
E’ vivo, stanco di parlare della sua malattia, degli amici che lo chiamano per sapere come va. Vuole respirare vita. Parliamo degli anni passati. I miei e i suoi.
E’ entrato nei Medici Senza Frontiere e si è sparato Darfur, Tsunami in Banda Aceh, Angola ecc…
La mia vita di superviaggiatore mi appare quella di un turista a confronto.
L’ho sempre ammirato e lo ammiro ancora di più. Ci salutiamo. Lui deve cominciare la chemio.
Dopo qualche giorno arriva Lek e partiamo in viaggio, penso sempre di volerlo chiamare ma ricordo che lo chiamano tutti per sapere come va e decido di aspettare. Avrà bisogno di compagnia più avanti, quando la sua situazione sarà cosa normale.
Non ne ha più bisogno. E’ andato.

Ho ancora qui sul tavolo le stampe che avevo fatto per leggere qualcosa sul tumore al cervello.

Aveva la mia età.

Come al solito alla morte di qualcuno cerchiamo di annullarne l’inutilità. Di tirarne fuori qualcosa, per darle un senso.
Non serve, ogni vita ha un senso se chi l’ha vissuta gliel’ha voluto dare.
Scrivo solo per reazione, perché scrivere mi aiuta a interiorizzare.
Ma qualcosa la voglio dire: non aspettate a partire. Il tumore di Fausto forse era già iniziato il 31 Dicembre 1999 quando prendemmo il treno per Roma e poi l’aereo per Melbourne.
Ma non abbiamo aspettato e quei cinque anni e mezzo li ha vissuti. Se avesse detto:”metto via un pò di soldi, sistemo la casa e poi parto”?

Ripensando alla sua vita é come se lo avesse saputo, a livello inconscio, che non aveva molto da vivere.
Ora mi viene in mente una sua frase del 1999:
“voglio fare qualcosa per essere ricordato, per lasciare un segno”.
Non so se ce l’hai fatta Fausto, ma so che solo l’averci tentato ti ha permesso di vivere.
Capiremo solo dopo noi, che ci siamo ancora in mezzo.
Io ti saluto, hai fatto onore alla vita. Ti penserò sempre, specialmente quando avrò voglia di positicipare un sogno perché non é il momento giusto.
E mi viene in mente quello che scrissi nel 2001 in
http://www.tripluca.com/diari/tripest2001/prologo.htm
proprio nella casa dove vivevamo assieme:

Citazione:
Se mi garantissero ancora vent’anni di vita, domani mi cercherei un lavoro serio, lavorerei qualche anno e poi mi godrei i soldi, magari viaggiando. Ma forse proprio in questo momento il camion che domani potrebbe trasformare la mia macchina in una fisarmonica con me dentro, sta macinando chilometri su chilometri per arrivare in tempo all’appuntamento col destino davanti al quale voglio arrivare preparato

Quel camion per te é arrivato, per me non ancora, per tutti é partito.

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