Prologo Riflessioni di una notte

Riccardo e giapponese12 Febbraio 2001

Ho appena finito di leggere un libro di Hesse “Knulp, storia di un vagabondo” per colpa di un caffe’ macchiato che non avrei dovuto bere questa sera al bar.
Sono le tre di notte. Il libro non l’ho scelto, me l’ha passato un’amica e questo mi fa pensare che forse il destino esiste. Oggi, grazie a lei, a Hesse e al suo libro, e’ cominciato il mio viaggio.
E’ cominciato leggendo la storia di questo ragazzo tedesco, chissa’ se e’ esistito davvero, che fino alla morte ha viaggiato, assaporando la vita e bevendone l’amaro calice come solo chi viaggia puo’ fare. L’ho letto pensando a Riccardo, alle analogie che trovavo nel personaggio del racconto e a lui.
L’ho letto pensando a me, viaggiatore novello che comincia a pensare di essere entrato in un tunnel senza sbocco o di aver intrapreso finalmente il cammino verso la liberta’.
Da tre mesi sono a casa bloccato dall’operazione agli occhi che finalmente e’ finita, domani infatti ho il controllo e dopo posso partire.
Il libro che mi cade tra le mani proprio ora…e’ una coincidenza. “Tra i nomadi e gli stanziali non puo’ esserci comprensione”, diceva Riccardo. Il nomade spesso e’ solo in mezzo agli stanziali, raramente avviene il contrario, per questo non sempre e’ facile.
Ma leggendo un libro cosi’ capisci che non sei solo tu, non e’ una malattia. Capisci che appartieni ad una razza particolare, ma pur sempre una razza, una comunita’, che per la sua stessa essenza non puo’ ritrovarsi che raramente.
La solitudine non e’ una scelta, e’ semplicemente una situazione nella quale viaggiando ti trovi piu’ spesso. Sto divagando lo so, ma come dicevo sono le tre di notte. Insomma, il mio viaggio e’ cominciato stanotte perche’ leggendo vedevo le strade della Spagna invece dei sentieri di montagna descritti nel libro. Le strade…non le case, le citta’, la gente. Le strade, lunghe e solitarie, tipo film western, tipo Tequila sunrise (un trip mio quello di Tequila sunrise…un’immagine ben precisa che mi si e’ conficcata nel cervello dieci anni fa e non se ne va piu’). Anche a Knulp, il vagabondo, gli amici facevano capire la loro disapprovazione per l’instabilita’ della sua vita. Anche a lui rinfacciavano, esplicitamente o implicitamente, che non stava costruendo nulla nella vita. E anche lui a volte credeva di crederci, pensava cioe’ che avevano ragione ma poi non ne traeva le conseguenze perche’ in realta’ non ci credeva proprio.

Non c’e’ comunicazione possibile. Se mi garantissero ancora vent’anni di vita, domani mi cercherei un lavoro serio, lavorerei qualche anno e poi mi godrei i soldi, magari viaggiando. Ma forse proprio in questo momento il camion che domani potrebbe trasformare la mia macchina in una fisarmonica con me dentro, sta macinando chilometri su chilometri per arrivare in tempo all’appuntamento col destino davanti al quale voglio arrivare preparato. Perche’ dicono che un attimo prima di essere spediti al creatore vedi tutta la tua vita in un film e mica te li fanno rivedere i sogni, le speranze e le cartelle del mutuo. Ti fanno vedere solo le cose che hai fatto, anzi no, solo le situazioni legate ad un’emozione particolare, infantile forse. E l’inferno sono le cose che non hai fatto e sotto il culo ti brucia il fuoco alimentato dal tempo speso male.

Lo so, e’ una vita sul filo del rasoio, e’ facile cadere, anche perche’ il tempo del quale ti sei riappropiato ti nega i soldi, che diventano una variabile pericolosa. E’ come volare piu’ alto con un paracadute piu’ piccolo, si vedono piu’ cose ma se si cade e’ piu’ difficile salvarsi.

E sotto, ad aspettarti ci sono sorrisi e i “te l’avevo detto”. Lo so, penso che tutti i viaggiatori lo sappiano, occorre essere preparati anche a questo. Ma se siamo cosi’ e proprio perche’ non abbiamo bisogno dell’approvazione di qualcuno, anche se quando c’e’ ed e’ sincera fa piacere. Ma come fa un residente ad approvare veramente e poi invece restare? La cosa piu’ difficile da spiegare e’ che tu non giudichi necessario per tutti il vivere cosi’, ognuno deve andare per la sua strada. Vabbe’ ma sono discorsi gia’ scritti da qualche parte.
E cosi’ riparto sentendo dentro di me di aver raggiunto quella stabilita’ e serenita’ che non avevo nemmeno ai tempi della cravatta, del lavoro ben pagato e sicuro, e anche se non ho una casa mia, una ragazza, dei soldi messi da parte ho in me, inequivocabile, l’entusiasmo di vivere anche quest’anno che gia’ mi sembra troppo corto.