Riflessioni Estoni

La piazza del TallinnRieccomi in un TripEst. Dev’essere il TripEst 6 o 7, ormai non tengo più il conto. Un viaggio veloce, 12 giorni, di lavoro. Mi viene quasi voglia di snobbarlo, questo viaggio. Dopotutto sono venuto sù in aereo, dormo in appartamenti col wireless, incontro partner con i quali parlo di lavoro, visito posti già visti. Pensavo a questo prima, mentre mi accingevo a fare qualche foto, con in testa le immagini di Terzani che passa le frontiere a piedi e riscopre il viaggio.
Ma poi di colpo ecco l’epifania, la sensazione chiara di aver iniziato un viaggio, un qualcosa che in futuro ricorderò, e che pian piano si tingerà di quella patina color seppia che rende il passato sempre più bello del presente. Sono a Tallinn, e sto fotografandola, non credo succederà niente, ma è solo arroganza, credere che tutto dipenda da me, che se sono qui per lavoro, sarà solo lavoro. Sbagliato. Qualcosa può sempre succedere, indipendentemente dai piani. Anche se poi rileggerò queste righe tra 12 giorni e non sarà davvero successo nulla, avrò comunque avuto ragione. Qualcosa può sempre succedere.
Come minimo, per esempio, tornerò a casa con una maggior intimità nei confronti di queste tre città, che si tradurrà con una maggiore consapevolezza quando al telegiornale sentirò parlare di un fatto accaduto qui. E mentre qualcuno al mio fianco magari non proverà nulla, il mio cervello mi riporterà a questa sera, quando scattavo le fotografie a Tallinn, e poi da lì, per associazione, a Riga e a una marea di immagini che sono registrate, dormienti, nel mio cervello, sempre pronte a venir fuori e regalarmi delle sensazioni. Consapevolezza, forse è la parola più adatta.
Succede sempre, anche leggendo il giornale. Ogni articolo mi ributta da qualche parte, e mi interessa, mi tiene sveglio e vivo. E’ come se la mia anima fosse spalmata su tutta la terra, pronta a reagire non appena succede qualcosa in qualsiasi posto, ma anche più distaccata e ironica, perché meno concentrata in un luogo.
E oggi pensavo, sempre camminando su via Uus, che l’aver visto tanti popoli mi ha aiutato a distinguere gli aspetti basilari dell’esistenza, da quelli culturali. Ci sono cose che fanno tutti, alzarsi, mangiare, dormire, relazionarsi. Basta. Il resto è opzionale, non obbligatorio. Quell’insieme di abitudini, precetti, tradizioni e preconcetti che chiamiamo cultura, e che il viaggiatore riesce a rimettere al suo posto, relativizzandola.
L’errore, evidente, é il credere che sia assoluta, punto di riferimento. Il “si fa così” é in realtà un “si fa così…..qui…..adesso” che poi, se lasciamo fluire la logica diventa “ma in altri posti si fa diversamente….e anche qui si faceva o si farà diversamente” il che porta a “…in fin dei conti potresti fare diversamente anche qui ed ora…scegli”. Ma spesso non vogliamo scegliere e ci attacchiamo alla cultura, come alibi, lasciamo che sia lei a scegliere per noi, lei che è sempre in divenire. Diciamo “si fa così e basta”. E rinunciamo in questo modo alla libertà di fare ciò che sentiamo di voler fare, e facciamo ciò che ci si aspetta da noi, che é più comodo. E ci alziamo alle sette, che è più comodo che decidere se alzarsi alle sei o alle otto. E andiamo al lavoro alle otto che é più comodo che decidere ogni giorno come passare la giornata. La libertà é anche responsabilità, e se un giorno ti permette di visitare il Machu Picchu, il giorno dopo ti potrebbe obbligare a passare la giornata in una posada con le zecche senza poter uscire perché piove.
Il prezzo che si paga però é troppo alto. E’ il non diventare ciò che potremmo diventare, che é sempre molto di più di ciò che siamo.
Ecco, qualcosa é già successo in questo viaggio, sono diventato filosofo.

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