Riflessi – Capitolo 7

Riflessi10 anni fa ho scritto un breve romanzo ispirato ai miei anni parigini (1994/5).
L’altro giorno l’ho trovato nei reconditi delle mie cartelle. Ho iniziato a leggerlo e…mi é piaciuto.
E’ roba vecchia, un Luca pre-Trip, ma già viaggiatore anche se solo in Europa.
Ve lo propongo intero, a piccole dosi, da leggere 5 minuti alla volta…

RIFLESSI

CAPITOLO SETTIMO, parte prima

Dopo mezz’ora le risa di una ragazza lo svegliarono. Nessuno ballava più. Lo stereo era spento. Si alzò per bere dell’acqua.
-“Scusa, ti abbiamo svegliato?”, disse la ragazza che aveva riso. Era sdraiata con un tipo sul divano.
-“No, non preoccuparti, vado a bere, volete qualcosa?”
-“No grazie”

Andò in cucina e prese una bottiglia d’acqua dal frigo, accese la luce e si mise a sedere. Entrò una ragazza, era Judith, la tedesca che gli dormiva accanto. Era molto carina, i capelli neri e gli occhi marroni, aveva vent’anni e lineamenti vagamente spagnoleggianti.
Il suo modo di guardare molto particolare rendeva facile credere di esserle simpatici.
-“Non riesci a dormire neanche tu?”, le chiese.
-“Ho sete, poi me ne torno a letto”, e si sedette.
Dopo un po’ lei aggiunse:
-“Dormi sempre per terra?”, sorridendo.
-“No, ma adesso c’é Gianni nel mio letto”
-E’ un tuo amico?”, chiese.
-“Si, viene dal mio stesso paese, vicino a Treviso”
-“Treviso? Dov’é?”
-“Vicino a Venezia”
– “Ah…”, e tornò a sbadigliare.
-“Ti manca Berlino?”, le chiese.
-“Per il momento no. Mi diverto”
-“E i francesi?”
-“Beh, ne ho conosciuti pochi finora! Ho conosciuto inglesi, italiani, spagnoli, russi, cubani, cinesi…francesi ne ho conosciuti veramente pochi, a parte la famiglia dove lavoro.
Mi bastano loro per imparare la lingua, e poi non é che mi interessi più di tanto di conoscerne”.
-“Allora domani venite a mangiare qui?”
-“Sì, con piacere”.

Le lancette dell’orologio facevano un lieve suono. Francesco si fermò a guardarle. Non cercava qualcosa da dire. Judith, guardava la finestra.
-“C’é già un po’ di luce, é quasi l’alba”, disse lei, “non sei stanco?”.
-“Adesso vado a dormire”, e si alzò.
-“Vengo anch’io”, e lo seguì.
Si infilarono sotto le coperte, la coppia non parlava più, sembrava dormissero.
-” ‘Notte”, disse lui sottovoce.
-” ‘Notte”, rispose lei.

Si svegliò verso le nove. Era domenica. Gli altri dormivano ancora tutti.
Accese lo stereo, Bob Marley, a basso volume, invase la stanza e iniziò a penetrare lentamente nelle menti assonnate.
Francesco si accostò alla finestra e guardò fuori. L’appartamento era al piano terra.
Vide alcune signore passeggiare, un cane si avvicinò al cespuglio davanti alla finestra, annusò e se ne andò. Quel giorno ci sarebbe stato il sole. Che fare di quella giornata? Si girò verso la stanza e guardò gli amici. Le tre tedesche dormivano per terra, le teste coperte, se ne intravedeva solo la sagoma. Gli venne voglia di ridere
-“Che ci fanno queste in casa mia? In Italia non sarebbe mai potuto succedere”, pensò.
La coppia sul divano si stringeva in un abbraccio di marmo. Non si muovevano.

Francesco colse un aspetto di disperazione, non di felicità, in quell’abbraccio, non seppe però spiegarsi il perché.
Sul suo letto dormiva Gianni, con una ragazza spagnola che aveva conosciuto da una settimana.
Gianni era arrivato da poco a Parigi, forse quattro mesi, e alla fine dell’estate sarebbe dovuto tornare.
La fine dell’estate era passata, si era in Settembre, ma non si decideva a partire.
Adesso che aveva conosciuto quella ragazza sarebbe stato ancora più difficile.
“Resterà”, pensò Francesco.
Andò a prepararsi un caffé, lavò la moka, mise l’acqua, il caffé, la chiuse, accese il fuoco e l’appoggiò sopra il fornello.
Lavò un po’ di piatti, bevve il caffé e andò in bagno.
Quando uscì Edith e Lidia, le altre due tedesche, stavano lavando i piatti.
-“Ciao”, disse Francesco.
-“Ciao” risposero.
-“Lasciate stare, lo farò io questo pomeriggio”
-“Ormai abbiamo finito”, disse Edith.
-“D’accordo, volete del caffé?”
-“Si grazie”

Tirò fuori la moka grande e fece caffé per sei persone. Poi disse:
-“Io esco un attimo, quando é pronto, spegnete, arrivo subito”.

Uscì di casa e andò alla boulangerie più vicina per comprare delle baguettes e dei croissant.
Appena uscitò respirò e sentì Parigi, percepì la grandezza della città attorno a sé, le possibilità che gli offriva. Si sentì al suo posto, quasi completamente.
“Sono compatibile con questa città”, si disse a bassa voce.
Quando tornò a casa, erano tutti alzati, vide sorrisi e sentì saluti.
Erano tutti in cucina.
-“Che facciamo oggi?”, disse Francesco.
-“Si potrebbe andare al cinema”, disse Gianni.
Tutti furono d’accordo, e cominciarono a discutere sul film da andare a vedere.
-“Va bene, allora ci troviamo alle tre a Les Halles, poi decidiamo”, disse Gianni.
E se ne andarono tutti.

Francesco restò solo e pulì l’appartamento. Quando ebbe finito si mise a leggere un libro.
Verso mezzogiorno bussò qualcuno alla porta. Era Darek, un ragazzo Norvegese, che viveva a Parigi ormai da una decina d’anni.
-“Ciao, disturbo?.
-“Ciao, no, no, entra…entrate”, c’era con lui una ragazza.
-“Piacere, Francesco”
-“Piacere, Desy”, disse lei.
-E’ mia sorella, é arrivata ieri, resta due settimane”
Si sedettero sul divano. Lei era alta, Francesco non la trovò carina, nonostante il corpo slanciato.

-“Sono tornato ieri da Londra, e ho trovato una festa. Tra un po’ andiamo al cinema, venite?”
Accettarono.
-“Cosa fai qui a Parigi?”, chiese lei.
-“Il Barman, ma stasera non lavoro, come va in Norvegia?”
-“Una noia…” .
-“Bé allora vieni a Parigi, c’é già tuo fratello, ‘sto vecchio marpione”, e rise.
-“Marpione?”, chiese lei, corrugando la fronte.
-“Niente, non saprei come tradurlo…allora perché non vieni a Parigi?”
-“Non lo so, vediamo, é la prima volta che vengo, non so se mi piace”.

Francesco la osservò ancora; aveva davvero l’aria annoiata, appariva distaccata.
Sembrava avesse già visto tutto e non la stupisse più niente.

Francesco pensò che probabilmente quello che aveva già visto erano delle feste con tanto alcol, spinelli, un amore finito male e poi sesso con degli sconosciuti. Pensava di aver visto tutto e non aveva visto niente. E in più disprezzava le ingenuità di chi crede di potersi divertire con poco.
Sarebbe diventata una donna spenta, bruciata senza nemmeno aver sentito il calore della fiamma. Sprecata. Così, nel giro di pochi minuti, Francesco l’aveva già catalogata.
Le sorrise come per scusarsi. Aveva sempre l’impressione che gli si potesse leggere tutto sul viso.

Mandarono la ragazza a comprare della pasta per pane e per fare la pizza.
Dopo una ventina di minuti era pronta, la mangiarono e lei fu molto sorpresa che fare la pizza fosse così facile e veloce.
Decise di farla una volta a casa, adesso che aveva imparato.
“Mi raccomando, usa la mozzarella e i pomodori freschi o pelati”, disse Francesco.
Lei rise.

Poi uscirono e andarono a Les Halles con un’ora di anticipo. Si sedettero in un caffé all’aperto. C’era il sole e un filo di vento caldo. Francesco chiuse gli occhi e pensò a una canzone. Sentiva la gente passare, parlare. Sentiva Darek parlare in Norvegese con la sorella. Lui, scherzando, annuiva. Si era fatto insegnare di nascosto da Desy dire “che cazzo dici?” in Norvegese.
A un certo punto chiamò Darek che si girò e glielo disse, ma lui non capì.
Aveva sbagliato la pronuncia. Si avvicinò a Desy che glielo ripeté nell’orecchio. Poi lo disse ancora a Darek, che capì, ma ormai l’effetto comico era sparito. “Lascia perdere”, gli disse Darek.

Francesco richiuse gli occhi, “continuate pure a raschiarvi la gola”. E continuarono, probabilmente Darek spiegava alla sorella che Francesco alludeva al loro modo di parlare. Lei rise.
-“Francesco!!!”, gridò qualcuno nella strada.
Francesco aprì gli occhi e non riconobbe subito Jannette.

Era una ragazza che aveva conosciuto qualche settimana prima ad una festa. Una francese di Lione che studiava a Parigi. Biondina, piccola con un bel corpo.

-“Ha una bella voce roca”, pensò Francesco.
Qualche giorno prima le aveva promesso che si sarebbe fatto un tatuaggio sul braccio.
– “Fammi vedere il tatuaggio!!”, disse lei ad alta voce.
– “Lascia almeno che ti presenti i miei amici….

Passarono altri mesi finché un giorno d’estate si svegliò per andare a lavorare e si accorse di non avere più voglia. Si lavò la faccia e preparò un caffé. Non c’era nessuno con lui. Si fece la barba e si accorse che sarebbe arrivato in ritardo. Non gli piaceva arrivare in ritardo. Dato che cominciava alle dieci di mattina non aveva nemmeno la scusa del sonno. A volte si alzava prima e faceva tutto con comodo, arrivava in anticipo, faceva due chiacchiere e si riprometteva di alzarsi mezzora prima ogni mattina.
Ma non lo faceva mai.
La sera precedente non aveva nemmeno fatto tardi. Erano andati a vedere un film ed era venuta anche Jannette che le piaceva. Tornando a casa si era detto che gli sarebbe piaciuto innamorarsene. E capì che non se ne sarebbe innamorato mai.

Nel métro chiuse gli occhi e si gustò gli ultimi momenti di sonno. Alla Gare de Lyon, un gruppo suonava musica classica, erano tutti vestiti elegantemente.

Sorrise e il suo sguardo incrociò quello del violinista che lo guardò duramente, o almeno così gli sembrò.

Gli venne in mente un verso della canzone “Tequila Sunrise”, richiuse gli occhi e vide un deserto probabilmente messicano e il sole al tramonto. Pensò che non aveva mai visto nulla del genere e decise, in quell’attimo, che ormai a Parigi aveva vissuto abbastanza.

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