da Medici Senza Frontiere

il mio intervento su www.msf.it

Citazione:
Sin da quando ci siamo conosciuti più di 15 anni fa, durante il servizio civile, avevo capito di aver davanti a me una persona diversa.
Quando mi raccontasti del tuo viaggio per la Transamazzonica dal Venezuela al Brasile in autostop a 18 anni, diventasti il mio mito personale.
Io ero un ragazzo normale e anche un pò sfigato, almeno nella mia percezione.
Un giorno scrissi un articolo su Taizé per il giornale degli obiettori. Mi facesti i complimenti, i primi, che ricordo ancora.
Finì il servizio civile e ci perdemmo per qualche anno, io a lavorare in giro per l’Europa, tu ai tuoi progetti.
Ci ritrovammo nel 1998 per caso, io Area Manager con la cravatta, tu al Progetto Giovani e una casa dove andare a vivere, con i muri blu, viola e gialli.
Condividemmo quasi un anno in quella casa fantastica. L’unica che mi faceva stare bene in Italia. Un punto di riferimento anticonformista nel grigiore della nebbia padana.
In Agosto, andammo con Denis a Mosca. Mi invitasti per scrivere il diario di viaggio. Tu in bici, noi di supporto. Fu un mese bello e duro, ma storico.
Poi l’urgenza di vivere ora e non domani, ci fece partire per l’Australia.
Io lasciai la cravatta per non rimetterla mai più. Ormai avevo trovato la mia strada, fatta, come la tua, di incertezze, pochi soldi, sogni visti dal di dentro. Ti capivo e anche tu mi capivi, come solo i viaggiatori si capiscono.
In Australia ci fu il litigio e la separazione. Tu leader, io indipendente. Non funzionò.
Ci ritrovammo qualche mese più tardi nella casa di Selva. Avevo completamente dimenticato il litigio, ma tu mi dicesti che ancora non l’avevi superato. Non capivo. Poi capii: per te l’amicizia é come una chiesa, va tenuta a posto, senza nemmeno un pò di polvere. Avevi bisogno di parlane per lucidarla.
Poi io me ne andai in Spagna e per i cinque anni seguenti ci perdemmo. Io tornavo a casa, stavo un mese e ripartivo. Tu anche, e non ci si trovava mai.
Speravo che prima o poi ci saremmo ritrovati ancora per qualche mese, come era successo in passato.
Ti pensavo spesso.
Un paio di mesi fa vengo a sapere che sei all’ospedale, poi vengo a trovarti. Mi dici che putroppo per sei mesi non puoi fare progetti. Ne deduco che hai speranze, non voglio far domande dirette.
Leggo nei tuoi occhi la paura, ma non ci voglio credere.
Mangiamo una colomba assieme. Ci salutiamo, non lo registro come il possibile ultimo saluto.
Qualche giorno fa la telefonata di Eddy. Non capisco.
Vengo al funerale e capisco. Vedo Eddy fuori dalla chiesa, poi mi accorgo di Denis davanti a me, poi sento la voce di Don Giuliano che parla e parla come solo chi ti conosce può parlare di te. Vedo anche Gianni ma non lo riconosco, me ne renderò conto la sera che era lui.
Poi esce la bara e vedo Cristian, Roberto, Marino. E non vedo te.
Poi vedo Davide. Poi tua mamma, Miriam.
Piango. Finalmente ho capito. Vengo al cimitero, trovo Egidio. Ci sono tutti e ogni volto conosciuto mi rimanda, chiara, l’informazione che tu non ci sei. E piango ancora.
Vorrei tanto venire poi a casa tua, ma non ce la faccio.
Torno a casa mia.
Fausto non c’é più. Fausto che ho ammirato profondamente. Dal quale mi sono sentito amato, tanto da esserne a volte addirittura un pò infastidito, con il mio spirito indipendente che richiede sempre un certo distacco.
Era un rapporto esigente il suo. Se volevi essere dei suoi amici veri, pochi e scelti, dovevi dare molto in cambio.
Io non davo, preferivo andare per la mia strada, fare le mie cose. Sentivo come se mi avessi dato un permesso speciale, permettendomi la trasgressione delle tue rigide regole dell’amicizia, ma accettandomi comunque.
Bene, Fausto, sei morto giovane e bello. A noi forse toccherà farlo da vecchi, brutti e senza sogni.
Vada per il vecchio e brutto, ma se resto senza sogni giuro che ti raggiungo prima di mia spontanea volontà.
Un ultimo abbraccio dal tuo amico Luca.
P.S.
Da quella volta che mi chiedesti di scrivere i report del viaggio Venezia-Mosca, non ho più smesso di scrivere. Il mio sito ne é diretta conseguenza, solo una delle mille cose belle che hai fatto nel tempo che ti é stato dato.

2 risposte a “da Medici Senza Frontiere”

  1. Certe storie tolgono il fiato, fanno crescere un nodo alla gola che strozza e soffoca, forse perché toccano le parti più sensibili del nostro essere.
    Anche la rabbia è un sentimento che ci invade in certi momenti, la rabbia che certe cose terribili possano accadere a persone buone invece che a gente insulsa che si meriterebbe questa fine.
    Non ho conosciuto Fausto, ma conosco te Luca e mi basta per capire cosa intendevi per “persona diversa”, per questo mi permetto di rivolgergli un pensiero e un saluto. Con profondo rispetto.
    Riccardo

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