La mia esperienza con il mondo arabo e la mia visione del conflitto
Finestrat, 14 Settembre 2001
Pensandoci bene e' cosi che succede. Me ne vado in giro facendo le mie cose, stirando le camice, lavandomi i denti, guidando la macchina e "penscrivo", cioe' penso come se stessi scrivendo. Faccio discorsi, analizzo situazioni, descrivo emozioni. Come se fossi davanti al computer.
Cosi' quei pensieri che sarebbero potuti finire nel disco fisso e trasportarsi fino agli schermi di qualche sfortunato lettore, finiscono a disperdersi nel vento.
A volte pero' non riesco a smettere, il mio cervello continua a sparare finche' non ho altra scelta che mettermi seduto e lasciare che le mani battano sulla tastiera attendendo la stanchezza che viene a calmarmi. E' proprio cosi' che succede. Strano.
E' da due giorni che vago in giro per quest'angolo di Spagna nel tentativo di organizzare il rientro con la testa piu' a New York che qui. Non sono certo uno che si emoziona ad ogni strage o guerra che si vede in televisione. Ce n'e' tutti i giorni, per tutti i gusti. Ce n'e' di dimenticate, di ignorate, di vicine e di lontane.
Le stragi in Israele hanno, purtroppo direi, smesso di emozionarmi da parecchi anni ed esattamente nel momento in cui trovai una vecchia cassetta di Battisti che riportava un titolo simile a questo:"Strage nella striscia di Gaza, quattro israeliani e tre palestinesi rimasti uccisi..".
Era un titolo strano, assurdo. Non ascoltai mai la canzone, ma mi entro' in testa che il casino di Israele era storia vecchia che tentavano di vendermi come nuova e non mi interesso' piu'. E oggi siamo ancora li.
La guerra del Golfo la vissi con l'emozione di un adolescente idealista ma ricordo piu' il piacere di avere l'occasione di dire la mia che il dolore per i morti.
Quella volta di Sarajevo invece andai da solo fino a Bologna deciso ad imbarcarmi con i centomila per bloccare l'assedio. Dopo un rapido calcolo mi resi conto che non saremmo arrivati a mille e desistii. Fu un errore, un'occasione mancata.
A Selva sentivo gli immensi aerei appena partiti dalla vicina Istrana che andavano a bombardare Belgrado, il cui rombo faceva tremare i vetri della vecchia casa. Ma ero nel bel mezzo del mio successo capitalista e lo percepivo come "tragico, evitabile, siamo dei cretini, ma ormai e' necessario". Mi aveva colpito leggere la biografia della "comesichiamava" la ministra degli esteri americana che aveva origini cecoslovacche e che era stata profuga-bambina sotto Hitler. Milosevic era un nuovo Hitler e stavolta aveva, lei, l'occasione di fermarlo. Romantico e soddisfacente. Dopo che gli aerei erano passati me ne andavo a letto turbato, ma non troppo.
Ma questa volta, chissa' perche', e' diverso.
Sono stato a New York, nel '98. Ero andato ad una fiera a Chicago con il mitico Suppia e approfittando della presenza di una mia amica di Cracovia nella Grande Mela, decidemmo di passare il week-end da lei.
Non furono giorni felici per problemi sentimentali miei che non sto qui a raccontarvi, girammo la citta', i posti classici, incluse le torri sulle quali pero' non salimmo. Qui ci starebbe bene un bel ricordo di un'emozione ma avevo la testa da un'altra parte, le guardammo, mi mangiai un panino e andammo verso Brooklyn e Wall Street.
La tipa di Cracovia, Barbara, era una mia ex ma non la causa della mia tristezza. Dormimmo da lei e dal suo gelosissimo ragazzo che mi odio' sin dal primo momento e non si fece problemi a dimostrarmelo.
Io, che ero li col corpo ma non con la mente, subivo il suo odio come se me lo stessero raccontando e non avessi voglia di ascoltare. Insomma non lascio grossi ricordi a New York.
Ma quell'aereo che si schianta nel grattacielo non me lo tolgo dalla testa.
Quando per la prima volta mi tuffai nelle acque della barriera corallina in Australia e vidi quella meraviglia, il ricordo mi perseguito' piacevolmente per giorni, ininterrottamente mi comparivano davanti flash bellissimi di pesci e coralli.
Ora mi sta succedendo la stessa cosa, ma non e' cosi' piacevole.
Sono, direi, leggermente scioccato, nel senso che il mio cervello sta reagendo come una pellicola sovraesposta. Perche'?
Con Barbara l'ultimo contatto era stato tre anni fa, in occasione di quella visita. Da allora non ci furono ne' telefonate, ne' lettere, ne' email. Non sapevo dove fosse. Pochi giorni prima dell'11 Settembre ricevetti una email. Mi scrisse che tutto andava bene, aveva cominciato a studiare in una universita' e aspettava la Green Card, il permesso di lavoro. Dopo l'attentato le scrissi per sapere come stava. Non si sa mai.
La sua risposta (notare: ci scriviamo meta' polacco meta' inglse non so bene perche'):
13, September, 2:45 Am
Czesc Jeastem cala i zdrowa-thanks God, I was so close and I saw the worst tradegy. Nigdy nie widzialam nic gorszego w zyciu. When I left the subway I saw poeple running trough the street, nobody knew exactly what happend, it was horrible. I was walking home from Manhatan to Qeens 4 hours, I pray for all those people. Pozdrawiam Basia
"Ciao, sto bene grazie a Dio, ero cosi' vicina e ho visto la peggiore tragedia. Non ho mai visto niente di peggio in vita mia. Quando sono uscita dal Metro ho visto la gente correre per la strada. Nessuno sapeva esattamente cosa fosse successo, era orribile. Ho camminato a casa da Manhattan a Queen per quattro ore, prego per tutta quella gente"
Ora, se sono scioccato io...come sara' lei? Non voglio immaginarlo. Pero' resta la domanda. Perche' sono tanto colpito? Ci ho pensato tanto e pensando mi sono venuti in mente tutti gli arabi e i mussulmani che ho incontrato in questi anni.
I primi furono algerini, marocchini e tunisini con i quali vivevo in Caritas durante il servizio civile. Brutta esperienza, difficile. Eravamo li' per aiutarli e ci trattavano male, come se li stessimo sfruttando. Non pagavano la retta, non facevano le pulizie (cosi che dovevamo farle noi), erano violenti e maneschi. Una volta non volli aprire la porta della dispensa ad un tunisino che si era alzato a mezzogiorno e voleva il latte. La regola diceva che si poteva fare colazione fino alle dieci. Spacco' la porta con una pedata. Un'altra volta dovetti assistere ad una lotta con coltelli da trenta centimetri. Ne uscii un anno dopo con una sensazione di repulsione nei confronto dei nordafricani. Poi, pensandoci bene, gli stronzi erano quattro-cinque, gli altri trenta erano persone bravissime. Ma quei pochi mi avevano rovinato la visione globale dei loro popoli. Dall'altra parte c'erano i senegalesi, persone d'oro e mussulmani praticanti. Gli arabi bevevano e bestemmiavano e mi venivano a parlare di Allah e Corano, ma non pregavano mai. I Senegalesi sorridevano sempre, facevano le pulizie e pregavano dalle tre alle cinque volte al giorno. Cominciai cosi a distinguere tra arabo e mussulmano.
A Parigi conobbi Mo, tunisino-inglese-francese iper-mega gestore di fondi per la Barclay's, la banca dei ricchi in Francia. Gestiva persino il capitale di uno dei Def Leppard. Sempre con una battuta in bocca, ci sorprese quando ad una festa si presento' dicendo ad Andrea: "Taite i cavei e va a lavorar (tagliati i capelli e vai a lavorare)" in perfetto dialetto veneto. Aveva la ragazza veronese.
Per divertimento e per non dover spiegare ogni volta il suo albero genealogico e il suo corso di studi (sono nato in Inghilterra, ho genitori tunisini, ho vissuto in Francia da....) si presentava sempre come islandese. Le ingenue ragazze alla pari polacche ci credettero per mesi finche' Andrea non pesco' una islandese "Doc", la porto' alla festa e le fece conoscere Mo. Lui resto' a bocca aperta, mentre le polacche aspettavano che le parlasse e noi eravamo tutti per terra a piangere dalle risate.
L'islandese si chiamava Atlas, resto' cinque minuti e se ando' ai fiordi ma non usci' mai dalla storia. Mo, sangue arabo, cultura europea. Era un mix dei due, un gran personaggio.
Parigi ha le periferie piene di "Boeurs", figli di algerini nati in Francia, tipo Zidane per intenderci. Brutte zone, strani personaggi. Non sono ne' francesi ne' arabi, in mezzo ad un guado, sofferenti ed incazzatini. Incazzati di comodo che si lamentano di non avere opportunita' perche' arabi. Sbagliato, Mo ne e' la dimostrazione. Amhed, che lavorava con me alla reception e adesso e vice-direttore, anche.
Ne conoscemmo parecchi, di quelli buoni. Gli stessi buoni che se li vedi per le strade ti sembrano cattivi. Qualche festa a base di cous-cous con champagne, qualche "soiree'". Una volta andammo ad un concerto arabo, carino, un po' triste, un po' ghetto. Eravamo dopo l'ondata di attentati algerini fondamentalisti nel Metro', parecchi morti.
Danka, ragazza polacca iper-cattolica inizio' una relazione con Mohammed, studioso del corano. Capimmo subito che se funzionava il mondo sarebbe stato salvo e l'amore era la cosa piu' grande. Non funziono'.
Un giorno a casa mia prese la chitarra e si mise a cantare una canzone in arabo. Poi ci disse che era dedicata alle madri dei ragazzi-suicidi, i kamikaze palestinesi. "Certo non voglio dire che sia una cosa giusta, ma solo cercare di capire il dolore e l'orgoglio di una madre di un ragazzo cosi'". L'aveva scritta lui.
Non dissi niente, non mi sciocco', non ne sapevo niente da quella volta di Battisti.
Un'altra volta mi chiamo' proponendomi di organizzare una serata culturale. Voleva farci vedere delle videocassette di un tipo che parlava del corano. Provai a proporre la serata in giro ma non fece successo. Poi si fece un po' pesante, non passavano cinque minuti che la discussione scivolava sull'Islam.
Per quel processo intrinseco di accettazione/esclusione delle compagnie per cui una persona non grata non sempre viene invitata e se c'e' altri non vengono facendo scemare la serata, spari' dalla circolazione. Danka la ritrovai in Polonia qualche anno piu' tardi, single.
A Cracovia gli arabi si facevano passare per Italiani perche' seno' le ragazze non li volevano. Alcune ci credevano, altre guardavano le scarpe e, se non erano di pelle significava che mentivano.
Una volta in discoteca vidi un irakeno che discuteva con un altro e gridava "Saddam, Saddam". Era incazzatissimo.
Frequentai parecchio un Afghano, Ghani, dottore. Tipo tranquillo con la barba da mussulmano, compartivamo le nostre solitudini (ero appena arrivato) con lui e Baba, un malese innamorato di Lilli Gruber.
Nasser invece era libico e suo padre aveva avuto problemi con Gheddafi, cosi lo mandarono in Polonia per sicurezza. Tranquillissimo, mezzo innamorato di Asia (vedi Tripest), veniva sempre a trovarci nella stanzetta della casa dello studente.
A Jakarta, nel novembre scorso, rischiai il linciaggio da parte di un gruppo di manifestanti mussulmani che andavano davanti all'ambasciata americana a bruciare le bandiere israeliane e statunitensi.
Quando mi videro, ero l'unico bianco nel giro di chilometri, cominciarono a mostrarmi il dito e a gridarmi "fuck you american". Erano tanti, brutti e incazzatissimi.
Per un attimo fui politicamente di estrema destra ringraziando la presenza della polizia e incitandone l'aumento del budget. La storia completa e' in Tripasia.
Qualche giorno prima avevano distrutto una discoteca. In aereo da Singapore avevo incontrato un giornalista inglese del Jakarta Post che cominciava ad avere paura. I locali di Jaksa street erano tutti senza alcool sugli scaffali per paura di rappresaglie.
Un po' piu' tardi, a Java, sentii di gruppi di islamisti che andavano negli hotel a mandare via gli americani.
Ecco forse perche' non riesco a sottovalutare questo attentato. Perche' lo vedo come un atto di guerra e ne ho visto l'esercito. L'ho visto un po' dappertutto e so che non si potra' colpire con qualche missile. E' un esercito che si e' formato negli anni in tanti paesi diversi. I motivi sono innumerevoli e non staro' qui a dire di chi e' la colpa ne' a semplificare dicendo che gli americani se la sono cercata.
Non e' vero che se la sono cercata, hanno fatto semplicemente male i loro calcoli.
E' tutto molto complesso, incredibilmente complesso. Cosi' quando Bush dice "Il bene vincera' il male" mi fa pensare che lui la vede in modo un po' piu' semplice. Troppo semplice.
E' bello pensare di essere i buoni e di combattere i cattivi, ma se poi le cose non stanno cosi' non e' solo bello, e' pericoloso.
"Noi siamo i buoni che portano la liberta' in giro per il mondo, loro i cattivi oscurantisti e violenti. Li elimineremo".
E' perche' abbiamo bisogno di capire. Di fronte a queste cose non si riesce a cambiare canale come sempre. E mettere da una parte i cattivi aiuta a capire. Ma non funziona. Fai saltare Bin Laden, ne verra' fuori un altro. Il problema e' alla radice e non si puo' uccidere. Perche' non si puo' uccidere l'odio di milioni di persone. Io spero lo tolgano dalla circolazione, tanto per calmare gli americani, ma spero soprattutto che adesso comincino a cambiare alcune cose che facciano scemare questo odio. Non voglio nemmeno addentrarmi nelle modalita' per farlo, so solo che c'e' un sacco di gente con i coglioni pieni in giro per il mondo. Non so bene perche', ma ci sono.