Paolo

Vengo a sapere che un amico si è suicidato e non trovo nemmeno il tempo di scrivere qualcosa. In realtá non manca il tempo, ma la situazione e il luogo. La solitudine.

Sono andato al suo funerale a Ferrara e contavo di rintanarmi da qualche parte per buttare giù due righe di addio ma ero con Andrey e non ci sono riuscito.
“Ok”, mi dico, “domani mi alzo presto e lo faccio”.
Ma poi ci sono altre urgenze e non ci riesco.

Solo oggi, a Sofia, da solo in questo appartamento nel limbo tra centro moderno e periferia quasi zingara, con una tipa di fronte che sta pulendo le finestre e fuma una cicca ogni cinque minuti, e col sole che mi invita ad uscire, ci riesco.

Paolo l’ho conosciuto a San Salvador di Bahia nel 2003, era nostro vicino di appartamento e appena ha sentito che eravamo italiani è venuto a parlarci.
Era con la sua ragazza brasiliana recentemente conosciuta.
Ricordo che la trovai soprattutto dolcissima.

Ci accorgemmo subito che non c’eri completamente con la testa, Paolo, e lo sapevi anche tu.
Eri perso in un mondo dove non hai bisogno di combattere per la sopravvivenza, la maledizione alla quale tutti noi cerchiamo di sottrarci, e questo ha forse tolto il gusto alla vita stessa.

Viaggiavi e filosofeggiavi, volendo metterla giù in maniera romantica.
Non facevi un cazzo dalla mattina alla sera e non l’hai fatto per troppi anni e con troppi soldi in tasca, se vogliamo dire come stavano davvero le cose.
E questo, forse, ti ha rovinato.

Non riesco a far finta di niente Paolo. Te l’ho anche detto “trovati un lavoro che magari ti svegli un po’ ” e ti eri gingillato col pensiero di fare il cameriere, ma non convinto.
Chi fa il cameriere se non ne ha bisogno?

Gli psicologi, psichiatri, psicoterapeuti mi diranno che si trattava di depressione, che è una malattia, che non si risolve mandando la gente a lavorare, e sono sicuro che la sanno ben più lunga di me, chissà quanti libri sull’argomento hanno letto e a quante conferenze internazionali hanno assistito.

Stà di fatto che non ti hanno salvato Paolo.
Le loro medicine e terapie non ti hanno salvato.

E quindi mi resta l’amaro in bocca.
Ti dovevano togliere i soldi, buttarti in mezzo alla strada e dirti di trovarti un lavoro se volevi mangiare.

Mal che vada ti suicidavi.

O forse sarebbero entrati in gioco altri meccanismi atavici: la paura, la fame, il freddo, il cervello che si accende, che non si può più permettere di essere triste, ma deve trovare un modo per riempire lo stomaco e inizia a girare per come é stato concepito e si é evoluto, per la sopravvivenza, prima di tutto.

Vabbé, Paolo, magari ti saresti suicidato anche prima e poi tutti giù a incolpare la terapia d’urto. Lasciamo stare.

Un tuo ruolo l’avevi trovato però.
Ti eri auto proclamato “colui che fa incontrare le persone”. Partecipavi agli incontri più strani, venivi ai tripraduni, mi invitavi da altre parti.
Saltavi da un incontro per viaggiatori a uno di digiuno ad un altro di biodanza, e ogni tanto, come un’ape che feconda i fiori, portavi alcune persone da un incontro all’altro.

Era un bel ruolo,  intrigante, certamente più importante di tanti altri.
Ma chissá se lo hai fatto ancora o é stato solo un modo per giustificare la tua vita.
Erano quasi due anni che non ti sentivo, da quando ero passato per Ferrara in bicicletta.

Pochi giorni prima che tu la facessi finita ero a Ferrara, stavo tornando al treno e ho preso il telefono in mano. “Adesso chiamo Paolo”,  ho pensato.
Ma poi, di fretta, non ti ho chiamato.
Ti avrei potuto rivedere un’ultima volta.

Quando mi presentavi agli altri dicevi sempre “Luca è il mio mito”, non ho mai capito perchè, ma la tua ammirazione la sentivo, e spero tu sentissi il mio affetto.

Spesso rompevi i coglioni, specialmente quando venivi ai tripraduni e bevevi.
Iniziavi a fare discorsi senza capo nè coda, come i matti.

E ti ricordi il viaggio a Vilnius e Minsk?
Anche lí ce la siamo passata, tranne la sera quando sono tornato e avevi cucinato una specie di sfilacci di pollo immangiabili e ti eri scolato una bottiglia di vino. Mi hai tenuto a fare discorsi assurdi per due ore, poi ti ho mandato a quel paese e sono andato a letto.
A Vilnius invece ti avevo mandato via ubriaco perchè dovevo parlare di lavoro con Aiste, e al ritorno in appartamento ho trovato un biglietto pieno di cazzate tipo “gli amici non si mandano via” che la mattina dopo, pentito, mi hai chiesto se avevo trovato.
“No, non ho visto niente”. Ed eri sollevato.

In realtá mi rendo conto di sapere troppo poco di te e che non dovrei star lí a giudicare ma queste sono le cose che vorrei dirti e che forse leggerai.

Spero che la vita tutto sommato sia stata un bel viaggio e che come ogni viaggio sia stata al 95% scomoda con attimi di epifanie magiche e inaspettate che ti ripagano di tutte le fatiche.

Sei sceso dal treno prima dell’arrivo in stazione forse perchè hai capito che non ne sarebbe valsa la pena di soffrire ancora.
E che se l’epifania più grande è  alla fine del viaggio, tanto vale arrivarci subito.

4 risposte a “Paolo”

  1. Addio Paolo, me lo ricordo al TripRaduno al Lago Maggiore, tra fantasmi e bottiglie di vino… spero che finalmente abbia trovato il suo GURU che tanto cercava nei suoi discorsi all’apparenza senza senso.

  2. Ciao Luca bella la tua lettera a Paolo che io chiamavo Pablo, tutti avevamo capito il suo malessere e l’abbiamo aiutato come ci è stato possibile ma era troppo dentro a qualcosa che noi non potevamo capire ed era l’unico regista della sua vita. Con me ha fatto delle vacanze di gruppo che io organizzo da anni con i miei amici single viaggiatori. Oggi posso solo dire Ciao Paolo insieme a te.
    Anna De Angelis

  3. Perdersi nei meandri della mente è una maledizione. E’ la soglia di confine tra il “mondo fisico” ed il “mondo altro”.
    Quando si dice “vivere border line” rende bene l’idea, è come camminare sul bordo del precipizio … stai camminando come gli altri, ma sei ad un passo dal baratro e basta un niente per perdere l’equilibrio.
    Posso solo immaginare come si possa stare in certe condizioni (e non voglio esagerare troppo con l’immaginazione per non caderci pure io).
    Ciao Paolo, ti ho conosciuto poco, ma ho un ricordo di te. Quanto basta per mandarti il mio abbraccio sincero.

  4. Ciao Paolo,
    ti ho incontrato una volta sola, ma dalle riflessioni di Luca ho capito subito, che eri tu! R.I.P.

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