Dei cammelli e delle pere

l’iPad e il pareo sono stati la svolta

Prato 29 Agosto 2012

Quasi sempre basta uscire di casa e le cose iniziano a succedere.
La frase “life start when you leave your comfort zone” é la frase che avrei voluto scrivere io.
Qualche giorno fa l’ho letta e ho provato quella stessa vaga sensazione di delusione che provano i fotografi quando vedono la foto perfetta, quella che riesce ad esprimere in maniera così ovvia un concetto così importante. Ma non l’hai scattata tu.

La foto che non hai scattato perché in quel momento non avevi la macchina fotografica con te oppure ti é mancata la lucidità necessaria.

Come l’altro ieri in Polesine: dopo ore di campi bruciati dalla siccitá sono passato davanti a un distributore, letteralmente circondato da campi di mais ingialliti, tanto da sembrare un’oasi.
Aveva una zona dedicata al lavaggio auto dove delle persone evidenziavano un altro dei tanti bug di un sistema economico che dedica acqua per lavare un mezzo (che tra due giorni sarà di nuovo sporco) ma non ne ha per irrigare migliaia di piante che da mesi crescono in attesa di un raccolto che non si farà mai.

La foto é questa:

 

anzi no. Non l’ho scattata.
La frase, che in realtà ho scritto centinaia di volte con altre parole, vuole semplicemente dire “fai le cose che ti fanno paura, e diventerai un pò più di quello che sei”.

Perché la routine é la disciplina dei deboli.

Il giro in bici

Scrivo questo perché qualche giorno fa ho deciso di fare un giro in bici e di arrivare fino a Pistoia da Riccardo e Leo. Quindi sabato mattina mi sono svegliato alle 4 per fare almeno una parte di viaggio al fresco, e sono partito alle 6.
Ora, diciamolo subito, non è successo nulla di rivoluzionario e non torno da questo viaggetto più saggio o illuminato di prima, ma mentre pedalavo verso Padova mi dicevo “Adesso potresti essere al computer, a lasciar passare un’altra giornata senza sapore. E invece vedrai che qui in bici ne succederanno di cose”.
Non ho usato esattamente le stesse parole, anzi non ho nemmeno parlato perché alle 7 e mezza il sole era già un aspiratore di umidità che succhiava dalla mia pelle ogni accenno di liquidi ed era meglio tenere la bocca chiusa.
Ma sapevo che qualcosa sarebbe successo.
E infatti dopo un pò a Monselice mi ritrovo sul ciglio di un fiume davanti a una donna nuda.

 Pubblicità. Dopo la pausa scopriremo chi era la misteriosa donna nuda che Luca ha trovato sul ciglio del fiume. State con noi.

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Fine Pubblicità.

(la pubblicità va sempre piazzata prima delle scene piccanti).

La vedo appena attraversato un ponticello. é sulla destra, si accorge di me, si alza….e io scappo a sinistra per difendere la sua privacy, altro che Facebook. Faccio solo in tempo a capire che é prosperosa e completamente nuda, ma non so se è bella o la nonna di shining, quella che Nicholson abbraccia nel bagno.

Fatto sta che mi manda fuori strada e quasi mi perdo.
Arrivo ad una pasticceria dove sorseggio il mio primo cappuccino pensando alla bella (o brutta) misteriosa. Faccio due chiacchiere con un bestemmiatore locale  e riparto verso Rovigo.

La campagna rovigotta si snoda in un trionfo desertico e la mia prima preoccupazione é l’acqua dato che ormai le numerose fontanelle di acqua dolomitica delle mie zone sono un lontano ricordo.

Alle due del pomeriggio mi ritrovo a boccheggiare sotto il sole, senza negozi o case in vista, e con pochissima acqua, quindi decido di riposare un pò.


Vedo un albero maestoso e mi ci butto sotto. Pareo balinese in terra e via a dormire. Dopo circa un’oretta un bambino deficiente mi grida da una (rara) macchina di passaggio e mi sveglio di soprassalto.
Mentre risalgo verso la strada odiando il genere umano minorenne, mi sento come Frodo che si rimette in cammino verso Mordor e mi echeggiano in testa la parole di Gandalf “non stare sulla strada”. Ma non ho scelta, devo andare, Gandalf. E’ sulla strada che c’é tutto.

Io queste cose me le dico davvero, ragazzi, mi divertono troppo.

Passo il Pò e mi ritrovo in Emilia Romagna.
Ormai è tardino, Paolo mi aspetta in un paesino sconosciuto della provincia ferrarese, e il mio Android è morto.
Capita sempre nei momenti più delicati. Si blocca e non funziona per alcune ore.

Vedo un bar con scritto Wifi, entro, prendo da bere e chiamo Paolo con l’iPad.
Chiedo agli avventori dove sia Albarea e mi guardano come se volessi andare a Palermo a piedi.
– “é lontano!”,
– “quanto?”
– “eh! Saranno 20 o 30 km valá!”
Un altro dice: “eh si, anche di più!”
Un altro: “ma non lo so se lei ci arriva sa?”

Prima che i km diventino 100 apro google maps e vedo scritto: 13 km.
Ringrazio e me ne vado leggermente turbato. Il giorno in cui ci si può fidare più di un programma che delle persone del posto forse alla fine è arrivato.

Alle 7 (13 ore dalla partenza) trovo Paolo ad attendermi in strada ad Albarea. Ho fatto 146 km e il mio culo piange lacrime amare.

tutti d’un fiato!

Paolo gentilmente mi fa un briefing di mezz’ora sull’incontro al quale sta partecipando, così almeno so di cosa si tratta.
Quando vede che mi si chiudono gli occhi decide di portarmi a una bella casa di campagna con una decina di persone sedute attorno ad un tavolo all’aperto a parlare.

I sorrisi e gli abbracci

Un ragazzo con l’accento padovano sta parlando di energia, campi vitali, comunicazione ecc….li vedo assorti e saluto velocemente dicendo che vadano pure avanti.
Mentre riposo un pò il ragazzo continua con la presentazione energetica e inizio a preoccuparmi.
Mi chiedo se non sia uno di quelli che ti guardano negli occhi e ti dicono “sento un’energia negativa in te” e tu non sai che dire. Ti avesse detto che sente che le tue ascelle puzzano almeno gli avresti risposto che ti sei fatto 146 km in bici che minchia ti aspettavi?

Ma quando la mettono sul campo dell’energia non sai cosa dire perché non ci hai mai pensato. Avrò un’energia negativa perché sono una brutta persona e lui lo vede lo sente e lo percepisce?
Comunque non mi dice nulla e quindi sono tutte mie illazioni ignoranti. Ecco che con i suoi discorsi sull’energia mi ha già fatto fare brutta figura con me stesso.
Entro in cucina dove alcune ragazze stanno cucinando. Mi presento e mi becco una serie di bacini.
Urghh…la love bomb, uscirò da qui piangendo e non vedrò l’ora di tornare?

Davanti a un trionfo di verdure grigliate, formaggi, dolci e vino, vengo a sapere che vogliono creare una comunità a Ibiza e vivere in maniera diversa, assieme, lavorando ed abitando in delle Yurte  (delle tende mongole).  Mi piace l’idea di unità abitative separate. Appena Paolo mi manda il loro sito ve lo metto qui, magari a qualcuno interessa.

La serata si passa parlando di chi metterebbe le manette a chi in questa o quella coppia (per determinare chi é il dominato e chi il dominante), cantando al karaoke/youtube da  Michael Jackson a Bennato passando per i “I will survive” eccetera.

Verso le due (mi ero alzato alle quattro!) vado in tenda a dormire, pronto a rialzarmi per attraversare gli Appennini.
Mi sveglio e piove. Godo. Ho trovato la scusa per riposare qualche ora senza perdere la faccia e salvando il culo.

Passo quindi la mattinata partecipando alle loro riunioni. In fin dei conti é molto simile a un tripraduno e mi sento nel mio ambiente.


Dopo pranzo esce il sole e decido di rimettermi in viaggio, io vagabondo misterioso e fascinoso.
Vado in tenda a sistemare i miei attrezzi quando arriva Paolo e mi dice che sarebbe bello se partecipassi al saluto.

Quando uno ti dice “sarebbe bello se tu partecipassi” sai che ci sono guai in vista.
Entro e i ragazzi sono tutti in cerchio, mano nella mano. Aiuto.

Martino, il boss, dice che adesso farà partire una canzone e faremo un girotondo tenendoci per mano e, se ne abbiamo voglia, guardandoci negli occhi.
Stra urgh…parte la musica, é il grande Louis Armstrong (quel giorno era morto Neil Armstrong tra l’altro) che canta “All the Time in the World”.

Parte il girotondo. Mi sudano le mani e non guardo troppo in giro facendo finta di godere del momento e di tutto il tempo nel mondo che ho.
Se non ricordo male le canzoni di Louis durano 3 minuti, grande Louis. Breve ma penetrante.
Ogni tanto alzo gli occhi, così per cortesia, e incrocio un sorriso che mi incatena. Non posso stogliere lo sguardo come mi verrebbe naturale, sarebbe poco gentile, ho mangiato e dormito a sbafo e adesso  vengo qua a non ricambiare gli sguardi? Quindi tengo lo sguardo, sorridendo dolcemente ma non troppo gay (sto guardando un uomo porca quella troia) e spero che si stanchi. Non si stanca, abbasso, sconfitto, lo sguardo e fisso le mie unghie dei piedi mal tagliate.  Mi sento in colpa.
Rialzo lo sguardo, ok, nessuno mi guarda, via, giù di nuovo. Le mani grondano.
Il cazzone di Louis continua a cantare, zio billy. Vai, prendi un respiro e alza lo sguardo. Inspiro, alzo gli occhi e incrocio una lei. Ok, vai, ti dò un 10/15 secondi va ben? Lei sorride, io sorrido. Vorrei parlarle, sdrammatizzare la situazione, dirle che no, non la amo, che non ci sarà un futuro tra noi e che Lek le spezzerebbe le gambe in maniera indiretta e “polite”, nel corso di otto anni, ma le gambe gliele spezzerebbe comunque. E’ meglio che abbassi lo sguardo. E’ stato bello, é stato un attimo, va bene cosi.

Non abbassa…abbasso io. Sono una merda umana. Sono uno di quelli responsabili dello schifo che é questo mondo di gente triste che si ammazza. Sono l’elemento troppo “sporco inside” per sorridere al prossimo.

Poi Louis chiude la boccaccia, ci lasciamo le mani e sono di nuovo a mio agio. Non me la sono cavata troppo male, no? Vabbé..ok, adesso saluto e vado.

Ma Martino aveva in serbo un’altra cerimonia di bonding. “Adesso, ci mettiamo in cerchio e facciamo partire una canzone. La ascoltiamo, socchiudiamo gli occhi se vogliamo, li riapriamo e se incrociate uno sguardo di una persona che vi sembra accoglierlo, andate da lei e la abbracciate. Poi restate li, accanto a lei”.

Deglutisco. Ho l’impulso di mettermi all’iPad a leggere Hacker News e sentire cosa dicono i nerd californiani su “cosa ha ucciso il Desktop Linux“.
No, non posso. Pensa se io adesso prendo ed esco. No, non posso. Se abbracci devono essere, che abbracci siano. Inshallah.

Parte la musica (una canzone di Capossela) e chiudo gli occhi come un bambino che vuole fare la cacca, sperando di non aprirli più.
Poi, per educazione, devo aprirli. Gli altri hanno già iniziato ad abbracciarsi e sono tutti molto più felici di me.
Siccome lo fanno tutti accenno un passo di danza, sai, quelli che facevi in discoteca a 18 anni prima di aver bevuto otto birre, ed eri paralizzato.
I piedi erano fissi a terra, inchiodati, e muovevi il bacino con un sorriso falso e stampato, e lo sguardo fisso al primo schermo che trovavi.
Ecco, quella cosa strana e meccanica sempre fuori tempo che faceva scappare le ragazze.

Poi mi distraggo un attimo e una ragazza mi guarda sorridendo compassionevole. E come se stesse dicendo “ma che timidone, ma che timidone, sei proprio cariiiiino” e poi passa al romanaccio di Verdone “mò vengo e te tiro ‘na abbracciata che te spezzo”. Si avvicina ondeggiando e con lo sguardo fisso nei miei occhi. Mi abbraccia. E io la abbraccio. Ci vogliamo evidentemente molto bene, anche se non ci conosciamo. Siamo pur sempre esseri umani, tutti abbiamo sofferto sotto Berlusconi e adesso soffriamo ancora di più sotto Monti. Perché non volerci bene ed abbracciarsi alla faccia dell’Imu? Facciamolo. Ne usciremo più forti.

Ovviamente accade quel momento in cui l’abbraccio diventa vero e le vuoi davvero bene e ti senti davvero amato e provi una sensazione piacevole.
Poi molla la presa e mi metto in attesa della prossima o, Osho non me ne voglia, il prossimo.

E così, via, uno/uno dopo l’altro vengono ad abbracciarmi e io mi sento speciale, accettato, parte del gruppo. Funziona, lo devo introdurre ai TripRaduni!
La cerimonia non si ferma, ormai é chiaro che si va verso l’en plein dove tutti hanno abbracciato tutti, per cui siamo nella fase in cui tutti mentalmente pensano: abbracciato, abbracciato, non abbracciato, abbracciato ecc…

Alla fine termina anche questa e mi preparo a partire. Torno alla tenda, vedo una ragazza nuda che stava sistemando delle cose in garage (“oh pardon” – “niente”. Ok easy.) e carico la bici.

Saluto tutti e parto.

Dopo un paio di km tra filari di alberi di pere, la realtà é di nuovo attorno a me e mi dice:

“sei solo, coglione, che pensavi? Sei sotto il sole e devi pedalare se vuoi arrivare da qualche parte. Tra un pò ti finisce l’acqua. Gli abbracci, l’amore e la felicità sono delle oasi. Goditi il momento ma sii sempre pronto a vivere  solo e fare quello che devi fare. Vai, pedala, e non ti lamentare.”.

E io pedalo.

E mi piace così, perché quegli alberi di pere mi stanno sorridendo e non vedono l’ora che io vada lì ad abbracciarli e mi mangi una pera. Sono lì per me, per mesi sono state scaldate dal sole, nutrite dalla terra e dissetate dall’acqua. Tutto per quel momento in cui arrivo io, ne stacco una dall’albero e me la mangio.

In quel momento é la natura che mi guarda negli occhi, mi abbraccia, e mi dà da mangiare.

Dico questo non per essere particolarmente bucolico. So benissimo che se il contadino mi vede mi abbraccia con i pallini della lupara e che non sarebbe nemmeno giusto e che devo andare al supermercato a prendere le pere maturate in cella frigorifera e che il mondo é  abbastanza merdoso.

Voglio solo dire che io sono un cammello dell’amore. Me ne basta poco, e tiro avanti per settimane. Il resto lo prendo nell’aria.

Perché, come siamo stati abitati a pensare che tutta l’energia derivi dagli idrocarburi e piano piano stiamo scoprendo che in realtà ce n’é molta di più nel sole e nel vento, forse non sempre ci accorgiamo che l’amore dell’uomo é solo una delle sorgenti ma che ce n’é dappertutto attorno a noi.

E che quella dell’uomo é la meno pura e più inquinante.

Le religioni questo l’hanno capito e si sono sempre impossessate di questa energia dicendo “é l’amore di Dio e lo gestisco io”. Ma sono tutte palle.

E’ l’amore degli alberi di pere e lo gestisce il contandino emiliano con la lupara.

 

Una casa che mi ha sempre incuriosito molto a Fiesso d’Artico, Venezia

 

A Bologna. Il tipo che ha dato il nome all’edificio era un genio della sintesi.
Una volta su tre si riesce a fare questo. Le altre volte ti senti dire dal capotreno “oggi non c’é il vagone bici”, “la metta davanti”, ” ci segua pedalando sulle rotaie ecc…”
In giro per le colline Pistoiesi con Riccardo. Calamecca.
A Ferrara aspettando Fabio, Adormo Manager di Ferraralidi.com che, per sbaglio, becco in questa foto!

P.S.
Il viaggio in bici é stato di 270 Km: Scorzé-Bologna + Prato-Pistoia-Prato + Mestre-Scorzé. Il resto in treno.

12 risposte a “Dei cammelli e delle pere”

  1. attendo che Paolo mi passi il link, ma per ora ti posso dire che e’ abbastanza stile tripcentre ma meno improntata sui viaggi e piu’ sul vivere assieme.

  2. Pesante la parte delle canzoni con girotondo e abbracci di gruppo… mi ha fatto venire in mente quelle sette di eunuchi che fanno suicidio di massa per ascendere verso la luce, sta bo che sei scappato in tempo!

  3. Ma che scenetta da paura quella della setta dei fuori di testa! Concordo: hai fatto bene a scappare! Mai creduto a questi gruppetti di “illuminati”

  4. Dai dai rilassatevi non erano una setta o fuori di testa. Sono tecniche relazionali, che possono piacere o meno, ma era gente seria e molto gentile. Io la butto in vacca per ridere, ma sempre con rispetto.

  5. Grande articolo. Volevo solo correggere un errore geografico: il castello a Fiesso d’Artico è in provincia di Venezia e non di Padova. Gran bel castello, l’ho appena rivisto. Girano leggende che dicono fosse di proprietà di Robin Gibb (Bee gees) ma non riesco a raccogliere conferma di ciò.

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