Audrey

il gigante serbo a Londra
Un Hemingway mannaro serbo a Londra

Credo fosse il 1957.
Non so come fosse Londra ma nel 1957 ma tipo c’era probabilmente ancora l’odore del sigaro di Churchill nell’aria.
Mia madre, profuga istriana prima, internata in un orfanotrofio a Milano poi, decide di andarci a fare la ragazza alla pari.
Ha 18 anni.
Con che soldi non ho ne ho idea, erano poveri come si era poveri una volta (non roba da iPhone vecchio per capirci).
Con che coraggio o come le sia venuto in mente nemmeno so.
Ci resta credo un anno, impara l’inglese e torna a Marghera.
Fine della storia.

Nel 1992 a Londra ci vado io.
Qualche mese prima conosco una coppia inglese a Taizé, Sean e Kate, con i quali suoniamo chitarre e violini davanti alle baracche.
Ci scambiamo gli indirizzi e dopo qualche mese ricevono una cartolina da quel pischiello italiano di Taizé.
Chiedo loro se mi possono ospitare per un paio di settimane, “vengo a cercare lavoro a Londra per imparare l’inglese”.
Dopo alcune settimane arriva la risposta, sempre via cartolina: “come over Luca, the sofa is free”.
Couchsurfing anni 90.

Prendo un treno.
Gli aerei li avevano già inventati, ma a Londra ci volevo andare in treno, passare le Alpi, tutta la Francia, la Manica, approdare a Dover e arrivare in qualche stazione fumosa.
Andare in aereo è una rinuncia che dobbiamo fare per mancanza del lusso del tempo, ma io ero ricchissimo.

Arrivo un venerdì e mi portano a Portsmouth dai genitori di Sean a mangiare carne bollita e piselli bolliti e altra roba bollita.
Domenica sera siamo a di nuovo a Londra, Forest Hill, zona 4.
Sean vive sopra un Pet shop.
All’epoca erano famosi i Pet shop Boys e mi sento veramente a Londra.
Se mi fosse passato sotto casa Boy George Michael Jackson non mi sarei sorpreso più di tanto.

Lunedì mattina mi alzo, faccio due toast alla margarina, vado a piedi verso la stazione, chiedo indicazioni a due vecchiette che mi sparano un “this wAAAAAAY” con una “A” apertissima, non una “E” come mi aspettavo e faccio così il mio primo incontro col sotaque di South London.
Quelle due signore ce le ho impresse nel cervello e non se ne andranno mai.
Troppo fighe.

Prendo il treno, scendo a London Bridge e mi ritrovo in una stazione piena di gente che va e viene.
Dove inizi a trovare lavoro a Londra?
Mi rendo conto che non mi ero preparato nulla. Manco un CV.
Il mio terzo occhio vede un “Croissant Shop”, in pratica un buco che vende croissant e caffè take away. Mi ispira, forse perché è piccolo e non mi spaventa.
Mi avvicino, il tipo mi guarda e mi mormora qualcosa.
Mi faccio coraggio e dico:
– “I’m looking for a job” (solo dopo imparerò che si dice “do you have any vacancies?”).
Il tipo mi guarda e dice:
– “Great, we need somebody!”.

Ora, le storie mitiche del trovare lavoro a Londra facilmente le avete sentite tutti.
Ma una cosa del genere? Al primo colpo??
Sicuro di non aver capito gli dico:
-“what? You need?”
-“Yes, here, go to Waterloo station and meet Ms. Whatever, I’m calling her now”
Mi passa un foglietto con un indirizzo e un nome.
Non ci posso credere.
Prendo la tube e arrivo a questa stazione, trovo la signora Whatever (il nome vero non lo ricordo), mi fa un colloquio per assicurarsi che non sono scemo come un orango tango e mi assume.
Poi, un attimo prima di firmare, si ferma e chiede: “quanto resti a Londra?” (aulongdouuuiipleantosteinlondouuunn?)
Io volevo restare tre mesi, ma “mica mi freghi signora Whatever di Waterloo”, penso.

– “six months” (e me la rido dentro “eh eh noi italiani siamo davvero furbi!”)
Si blocca, il suo viso è confuso e dispiaciuto.
– “Oh…I’m sorry, a year is the minimum, we need four weeks to train you. I can’t give you the job. I’m sorry. Good luck” (trad: “fora dai  maroni little pisch”).
Mi alzo stordito. Ho appena buttato via un lavoro regalatomi dal Signore?
Good luck?? Ma me la merito la good luck? L’ho appena offesa a morte la fortuna!
E poi, quattro settimane per insegnarmi a dare dei croissant e del caffè annacquato? Ecchezazz…
Ancora prima di iniziare la campagna di Britannia, ecco la mia Waterloo.

Mi ritrovo quindi jobless e inizio la classica ricerca di lavoro come milioni di emigranti prima e dopo di me.
Dopo qualche giorno sono sistemato in un Coffee Shop di King’s Cross con la mansione, tra le altre, di cacciare i tossici che vengono a rubare i cucchiai per farsi le pere di eroina.
E’ come avevo letto in “Noi i Ragazzi dello Zoo di Berlino”.
“Noi i Ragazzi di King’s Cross”.
Era come essere finito in uno di quei libri che leggevo da adolescente.
Come essere passato da spettatore ad attore principale della storia della mia vita.
Un’emozione alla quale sono subito diventato assuefatto e alla quale non ho mai più potuto rinunciare.
Hooked. Per sempre.
Roba da rubare cucchiai pur di riprovarla ancora, l’ultima volta, tanto posso smettere quando voglio.

>> Fast Forward alla settimana scorsa >>

Londra, Last Week.

Io e un gigante serbo, Dejan, andiamo a Londra a parlare con pezzi grossi.
Andiamo persino dentro Google a conversare intelligentemente con un portoghese simpaticone.
Giro anche in bici a noleggio (2 pound e via, senza tante iscrizioni), mi perdo, arrivo sudato ed entro in questi uffici spaziali a Oxford street a parlare con gente che la mattina dopo il caffè decide se dare 10 milioni a una start-up mentre io mi preoccupo di non aver parcheggiato la bici e della sterlina in più che mi addebiteranno sulla carta di credito bulgara.

C’e’ un russo di Accel che è un vero e proprio robot. Mi analizza la ditta e il mercato nel quale galleggia in maniera impressionante. Mi sembra di vedere sulla sua fronte formarsi il movimento di dita su di una calcolatrice sottopelle  e mi spara cifre e analisi che manco a pagare un consulente di Scaltenigo per un anno ci arriva quello.
Ah…Londra!

Uno degli incontri va male. Il tipo americano gestisce Startupbootcamp un co-working ai piedi del Tower Bridge, ci accoglie per cortesia ma si vede che non vuole perdere tempo con noi.

londra-startupbootcamp
Quindi Dejand e io usciamo, ci sediamo a un caffè del porto e beviamo qualcosa.
A un certo punto prendo il portafoglio della ditta per pagare.
Io, l’Uomo Chiamato Due Portafogli.
Uno, il mio classico, con i soldi miei. L’altro con i soldi della ditta.
L’ho preso prima di partire dal cassetto di casa per non fare i soliti casini del cash.
E’ quello di mio padre, bello, resistente e di cuoio e con tutta una sua storia che mi piace portarmi dietro.

Siamo seduti lì, io e il serbo gigante, una versione moderna e 1,5X di Hemingway.
Ha una start-up nel mondo dell’editoria. Vive di storie.

E nel mio portafoglio, improvvisamente, trovo una storia.

Mi accorgo che in un anfratto ci sono la patente di mio padre, il suo codice fiscale altre carte e…una fotografia.
E’ in bianco e nero, la prendo.
E’ mia madre.
La tiro fuori lentamente, senza particolare sorpresa, sto ancora parlando con Dejan.
Poi mi fermo.
La guardo. E’ bella.

E, mi rendo conto,  è di nuovo a Londra.

E’ uno di quei momenti nei quali ti devi arrendere e lasciare che i significati fluttuino come dei profumi, tu li devi solo respirare.
In quei momenti devi solo ammirare e se vuoi per un attimo credere che c’è un qualcuno di simpatico e ironico che si diverte a lanciarci dei messaggi. In quei momenti puoi persino crederci. Ed è rassicurante.

– “Vuoi sentire una storia?”, dico a Dejan.
– “Certo”, dice.

E gli racconto di mia madre che ha vissuto a Londra, di mio padre che se n’è andato pochi mesi fa e del portafoglio.
Gli passo la foto e dice:
– “She’s beautiful. She looks like Audrey Hepburn!”
Mi emoziono un po’, guardo verso gli yacht di lusso nella baia per nascondere l’umidità negli occhi.
Poi aggiunge:
– “That’s a great story”.
E guarda anche lui verso gli yacht.

Ed e’ sempre tutto ciò che rimane di tutto e di tutti: una storia.
La nostra lotta è fare in modo che valga la pena di essere raccontata.
Null’altro, credo.

 

 

 

 

mamma

4 risposte a “Audrey”

  1. Le somigli molto, è bella come la storia della tua vita, una storia che merita di essere raccontata e che tu racconti molto bene.

  2. Che bello sentire questa storia la settimana scorsa e anche rileggerla qui. Hai proprio ragione, tutto quello che resta e’ una storia. Null’altro. Let’s make it a great one.

    PS: tu eri gia’ avanti in quegli anni, ancora oggi la maggior parte degli ItaGliani in cerca di fortuna dicono (e SCRIVONO pure) “I am searching a job”
    😀

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