Genesi dell’esterofilia

In Autostop da Parigi a Lisbona
In Autostop da Parigi a Lisbona

In famiglia l’espressione più vicina al Rosario erano le colorite serie di bestemmie sciorinate da mio padre.
Mia madre invece era stata vaccinata dal Cattolicesimo dopo aver passato alcuni anni da bambina profuga dell’Istria in un collegio gestito da suore aguzzine e malvagie.
Però, oltre al rifiuto della Chiesa non mi avevano dato un’alternativa che riempisse il vuoto.
Quindi oppresso dai dubbi iniziai una ricerca interiore che mi portò ad avere una certa fiducia nella Chiesa.

Entrai così nei gruppi parrocchiali che nell’Italia degli anni novanta avevano di fatto l’esclusiva della gestione spirituale delle masse di sbarbati segaioli.
La ricerca spirituale era infatti automaticamente l’avvicinamento a Gesù “The One and Only”.
Il mercato era di stampo sovietico: come in Russia potevi comprare qualsiasi dentifricio a patto che fosse il Dentisansky, così in Italia potevi scegliere liberamente il tuo modello di moralità a patto che fosse cattolico.

Ma siccome anche i regimi più repressivi hanno sempre qualche aspetto positivo non tutto il male venne per nuocere:
infatti un bel giorno il prete disse che stavano organizzando un viaggio a Taizé, una specie di comunità ecumenica cristiana in Francia.
Mi bastarono le parole “viaggio” e “Francia” per convincermi ed iniziai così una fase di evangelizzazione a tappeto per raggiungere un numero minimo di persone per riempire un pullman.
Ricordo con chiarezza il mio sbigottimento di fronte al poco entusiasmo di alcuni compagni di classe, per i quali le parole “viaggio” e “Francia” non evocavano felicità infinita.
In quel momento capii che dentro di me c’era qualcosa di diverso da loro.
La mia eccitazione alla sola idea di andare all’estero in un posto del quale non sapevo nulla era qualcosa di praticamente patologico.
Non mi sono mai spiegato se fosse una reazione alla noia o un Richiamo Istintivo ad un Destino Magnifico Scritto Dentro di Me come mi avrebbe detto Coelho appoggiandosi al suo pizzo fonte di tutte le saggezze.
Sta di fatto che era praticamente questione di vita o di morte per me, al di là di ogni logica.

Alla fine il pullman grazzieaddio si riempì e partimmo alla volta delle Alpi.
Avevo 17 anni e pochi peli.
Ricordo che in pullman ero sdraiato sui sedili e parlavo con una ragazza di qualche anno più grande di me, sbirciandole il reggiseno da sotto, che mi disse, non ricordo in che contesto, “sei un bel ragazzo”.
Io che ero uno sfigato di prima categoria non potevo credere alle mie orecchie.

E perché avrei dovuto crederle? Quando non avevo mai nemmeno baciato una ragazza e altri amici miei erano già a due? Due!
La conoscete la sensazione di una finale nella quale stai perdendo due a zero e mancano venti minuti alla fine?
E l’angoscia di sospettare che altri amici avessero già oltrepassato le regole del gioco e conoscessero già l’amore?
Quella sensazione che stai perdendo due a zero, mancano venti minuti e quelli lasciano il campo, si fanno una doccia, si vestono bene e vanno in discoteca, già uomini, mentre tu ancora ragazzino, e forse ragazzino per sempre, resti lì con quel cazzo di pallone perso nel limbo triste del mezzo bambino e mezzo uomo?

Quel “sei un bel ragazzo” fu un assist geniale alla mia autostima proprio mentre stavamo per oltrepassare la linea di centrocampo delle Alpi e correvo libero verso la porta, sicuro di non poter più sbagliare.

Sbagliai lo stesso, tornai a casa più puro di prima grazie anche alle molte preghiere sciorinate nelle tre cerimonie quotidiane, ma imparai quanto potere contengono alcune parole.

Ci fu uno sconvolgimento assoluto.
Quella settimana fu carica di vita come il corrispettivo di un anno a casa.

La mattina si usciva dalla tenda, si prendeva una colazione da campo e si andava alla prima preghiera.
In quei minuti cantavamo belle nenie/mantra che rivelarono l’insospettata possibilità che pregare potesse essere piacevole.

Cercavamo dentro di noi il significato profondo dell’essere e pochi minuti dopo, usciti dal tendone-chiesa, cercavamo ragazze con le quali condividere momenti di grande passione.

Soffrivo peggio di un Leopardi con la gotta in questa dicotomia della ricerca di Gesù associata alla ricerca di un primo bacio e possibilmente qualcosa di più che nel frattempo tanti altri avevano già fatto l’abominevole passo e mi sentivo indietro di anni luce.
“Poveri loro”, pensavo, “aver fatto l’amore senza amore”.
Neanche Candy Candy era puritana come me.
Ma era solo invidia di uno sfigato che avrebbe tranquillamente dato un calcio nelle palle a un qualsiasi monaco di passaggio in cambio di una slinguata sfuggente con un’ungherese qualunque, anche leggermente brufolosa a patto che il pus non si vedesse troppo bene nella luce dell’imbrunire di quelle dolci colline della Borgogna.

Il trucco, poi lo capii, era farmi credere che tutta quella felicità, perché di felicità pura si trattava, derivasse da Gesù.

La Coca-Cola fa esattamente la stessa cosa, da sempre, anche in questi giorni col suo ultimo spot dei bambini che crescono e se ne vanno di casa ma poi tornano perché solo la mamma sa come si stappa la Coca: ti fa associare una bevanda gassata, zuccherata e malsana, alla felicità.
E questo è il vero Miracolo della Fede.
Il giochino psicologico funziona da 100 anni per la Coca-Cola, da 2000 per la Chiesa.

In quel momento sarei potuto cadere nel tranello ed avvicinarmi al Cristo, con la speranza che mi avrebbe regalato ancora tanta, tanta, Gioia.
Ma, forse grazie al fatto che eravamo all’estero io quella felicità iniziai invece ad associarla al viaggio.

Tornato a casa, iniziò il down.
Una tristezza e nostalgia infinita per Taizè mi accolse subito e sarei voluto tornarci immediatamente.
E infatti a Capodanno eravamo già a Wroclaw, in Polonia, al meeting internazionale di Taizè.
Ancora una volta fu un pullman a tirarmi fuori dalla palude padana e portarmi dolcemente verso altri giorni di gaia leggerezza polacca.

Passammo per la Storia, stava per cadere il muro di Berlino ed eravamo i primi gruppi di Occidentali che andavano a visitare i polacchi dopo il lungo inverno sovietico.
Ma passammo per la Storia senza nemmeno accorgercene tanto eravamo presi dalle persone, le ragazze certo, ma anche i loro genitori, e quel vecchietto che ci fermò per strada e in polacco, piangendo, ci disse quanto era contento di vederci.

Quindi, ancora una volta associai il viaggio ad una vita con un peso specifico maggiore: nello stesso numero di giorni vivevo di più, molto di più.

Di Gesù ormai era chiaro che non c’era alcun bisogno.
Rinunciai a Lui come rinunciai alla Coca-Cola: senza alcun effetto collaterale indesiderato e molte carie dentarie e morali in meno.
Come della Coca l’unica cosa veramente necessaria è l’acqua, che ne rappresenta la maggior parte ma messa in secondo piano, così la religione ti vende la vita edulcorata da un sacco di storielle, ma pur sempre vita al 95% contiene.

Fu quindi così che fui iniziato alla Religione del Viaggio, come unica Via verso la Vita.
Ne fui discepolo e profeta, il blog che state leggendo nasce proprio come tentativo di condividere la mia fantastica scoperta.
E’ un Vangelo che ha addirittura avuto finalità missionarie.
C’e’ stato infatti un brutto periodo in cui volevo convincere tutti a partire, sicuro che ne avrebbero tratto qualcosa di simile alla Vita Eterna, cioè quel concetto secondo il quale l’unica cosa che non puoi perdere sono le esperienze fatte, la vera e unica ricchezza dell’essere umano.
Vita Eterna, perché già vissuta e al riparo di qualsiasi crack finanziario, malattia e persino della morte.

Ma sbagliavo a voler convincere gli altri: come tutti i missionari pensavo che il mio operato avrebbe reso il mondo un posto migliore mentre in realtà rendeva il mondo un luogo con un rompicoglioni in più e uno che si fai cazzi suoi in meno.
Come se di rompicoglioni non ce ne fossero abbastanza e di gente che si fa i cazzi suoi troppa.
Ero un Testimone della Strada che ti suona al campanello e ti chiede “ha pensato cosa succede se poi va in pensione e non farà poi davvero quello che si ripromette di fare? Lo faccia adesso, le insegnerò la Via. Ok, le lascio un link nella cassetta della posta.”.
E tu magari la Via l’hai trovata nell’arte, in una famiglia o, magari, perché no, in Gesù.

Quindi, in una fase più matura, ho smesso di essere propositivo e mi sono limitato a condividere.
Un po’ come fanno alcune religioni non più missionarie.

E cosí, quando mi chiedo dove sia nata questa mia esigenza di stare sempre in giro, mi viene in mente quel primo viaggio in Francia.
Ma poi mi rendo conto che era già dentro di me e non ho più risposte.

Non lo so perché ce l’avessi ma so che è stato giusto ascoltare quell’istinto perché in fin dei conti la vita eterna me l’ha davvero data.
Crepassi domani io quello cose le ho vissute davvero e me le porterò tutte nella tomba.

7 risposte a “Genesi dell’esterofilia”

  1. Il caro vecchio TripLuca! Alla fine cio’ che ci accomuna sono le percezioni che abbiamo verso il viaggio!! Bello ri-leggerti 🙂

  2. Bentornato, Luca.

    Non ti ho mai conosciuto di persona, ma sono felice di vedere che non mi hai abbandonato definitivamente : ho sempre letto con piacere i tuoi post.
    Raccontaci cosa fai, dove sei, o lasciami il dubbio, se vuoi.
    Basta che non mi lasci senza tue notizie.

  3. Buon viaggio e farlo nei cazzi propri è la cosa migliore visto che l’universo si sta prendendo ancora tempo per risvegliare chi si fa molto quelli degli altri.
    Pura vida!
    😉

  4. Avevo paura possi caduto in un vortice grillino e invece sei tornato. Fa sempre piacere leggerti 😀

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