Non vedo più ragazzini giocare al pallone

la vittoria dell'ordine
Il campetto dietro casa ora è come lo volevano loro: perfetto, silenzioso e morto.

Non vedo più ragazzini giocare al pallone a Martellago.
Oddio sì, li vedo nel campo sportivo con tanto di casacche e allenatore.
Ma quello non è “giocare al pallone”, quello è “andare a calcio”.
Sono cose completamente diverse, abbiate pazienza.

Quando eravamo ragazzini noi giocavamo ogni pomeriggio, in qualsiasi prato o piazza del paese.
Giocavamo nella piazzetta di via Cà Nove con il cancello di ferro che faceva da porta e ogni volta che tornava una macchina ci interrompeva.
Poi ci spostammo sul campo dietro casa, un prato praticamente abbandonato dove l’erba non cresceva troppo alta solo grazie a noi.
Giocammo centinaia di partite con gli Angiolelli, i nostri primi amici a Martellago, dopo esserci trasferiti dalla Svizzera.
La porta erano gli alberi e quindi era indispensabile a metà partita (che non era indicata dal tempo ma un certo numero di gol) cambiare campo, perché una delle due porte era sempre più larga.

Un giorno ci mettemmo persino una traversa, con un tronco trovato per terra e legato con lo spago.
La traversa eliminò le infinite diatribe sulla “palla alta” che più o meno significava qualcosa del tipo “se il portiere non ci arriva è alta” cosa che rendeva più efficiente avere dei nani in porta in quanto riduceva la superficie valida per un gol degli avversari.
Ma in porta non ci voleva mai stare nessuno e quindi si faceva cambio ad ogni gol.
Un giorno arrivò Fiorentini che “andava a calcio” ed era portiere e si attaccò alla traversa come una scimmia per farsi vedere dalla rossa, e la ruppe.
Ci fece tornare alla regola della “palla alta” che tutto sommato ci andava bene, in quanto ogni volta si litigava e chi era in vantaggio cedeva, permettendoci di mantenere un certo equilibrio.

Un giorno Michele, il più grande di tutti, introdusse un nuovo elemento nelle nostre partire: il fallo.
Non cazzi di plastica come penserebbero subito i genitori moderni, ma il fallaccio, la pedata maligna che ti butta per terra.
Ora, immaginate cosa voglia dire giocare con i falli e senza arbitro.
Diventò un bagno di sangue e un giorno infatti Michele mi fece talmente tanto male che dovetti ritirarmi in casa con un ematoma alla coscia.
Per vendetta gli scuoiai la racchetta da tennis dal balcone mentre lui, impotente da sotto, poteva solo imprecare verso il balcone come un patetico Romeo.

Poi i falli finirono. Un giorno ci mettemmo infatti d’accordo che non avevano senso e tornammo al Fair Play.
Così, senza tante campagne di educazione.
Quei ragazzini mezzi abbandonati a sé stessi, sempre in mezzo alla strada a fare chissà che atti illeciti si educavano da soli.

Tentammo anche con l’arbitro ma dato che ci provava evidentemente piacere a punirci col suo malefico fischietto, fu eliminato.
Quasi fisicamente.
Ricordo la scena nella quale tutti noi lo inseguivamo per ucciderlo e lui scappava. Non lo vedemmo mai più.
Questo paese era troppo piccolo per un arbitro e noi.

Siccome la palla ogni tanto andava nel giardino (del papà dell’arbitro tra l’altro) rovinandogli i fiori e noi saltavamo dentro per prenderla, quello andò in Comune a protestare e un bel giorno ci trovammo piantati dei fusti di alberi e piante ingombranti dappertutto: sulla tre quarti, al limite dell’aerea (che non esisteva ma si riconosceva dall’erba più rarefatta), in centrocampo ecc..
Provammo a convivere per un po’ con le piante, ma scartare un rododendro senza sapere se dietro ci fosse un avversario rendeva il tutto troppo complicato e decidemmo di eliminarle a pallonate.
Ma resistettero.
Non so come ma finimmo in comune con mia madre (che era davvero avanti in tutto) e ricordo il Sindaco sfigato che faceva finta di trovare delle carte che giustificassero la presenza delle piante.
Era in evidente impaccio.
Mia madre, che all’epoca era di sinistra, disse che “aveva comprato le campane al prete” e io m’immaginai il sindaco che da solo, di notte e di nascosto, porta delle campane nuove al prete.

Un assessore socialista, credo si chiamasse Libralesso, intervenne in nostra difesa dicendo “sarà sempre meglio che questi ragazzi giochino a pallone piuttosto che passare i pomeriggi al bar alle macchinette, no?”.
Negli anni successivi infatti entrai nel tunnel dei videogiochi al bar e poi nel baratro del Commodore 64.
Comunque fu un niente di fatto e le piante restarono lì ma solo fino al giorno in cui il padre di un nostro amico le avvelenò di nascosto e giustizia fu fatta.Quando le piante sono usate come mezzo di oppressione del popolo devono essere sacrificate all’altare della libertà con buona pace di Greenpeace.

Dietro la porta invece c’era il campo di Campagnaro che ci coltivava verdure.
Rovinavamo anche quelle ma lui, sicuramente più saggio, ci considerava probabilmente come un’altra delle forze della natura contro le quali qualsiasi contadino combatte. Non le puoi eliminare senza distruggere l’ecosistema, le puoi solo limitare. E infatti i suoi erano solo dei benevoli rabbuffi.

Ieri sono passato da quel campetto. Il Comune ci ha piazzato dei bei giochi per bambini, ma non ci sono bambini.
A dire la verità non ci ho mai visto dei bambini.

Nella rotonda di Via Veneto si giocava meno, ma quando si giocava era particolarmente bello perché c’erano ragazzi che non conoscevamo bene, erano praticamente partite in trasferta.
Ora, per capirci, queste non erano partite organizzate. Si passava in bici, si vedevano tre o quattro sbarbati che tiravano calci al pallone, si chiedeva “possiamo giocare?”, la risposta era sempre “sì” (una sarebbe stato sacrilego) e si finiva ad essere in venti in pochissimo tempo.

Potevano giocare tutti, bravi o no. Il pallone è stato per la nostra generazione la cosa più vicina al rito di passaggio dove un bambino diventa adulto dimostrando le proprie capacità fisiche e mentali.
Chi era bravo a calcio acquisiva uno status maggiore e chi non lo era lo perdeva.

C’era chi se ne chiamava fuori, andando per esempio a giocare a basket, ma non era così che funzionava: potevi giocare a basket o fare danza classica, ma non eri sollevato dal dovere di far vedere chi sei al pallone.
Il pallone infatti non era uno sport, ma una piattaforma sociale dalla quale uscivi pagandone le conseguenze.
You can check-out any time you like, but you can never leave.
Ecco finalmente svelato il significato di quella frase di Hotel California.

Ricordo una volta ai gruppi parrocchiali di Bieno un ragazzino che diceva sentirsi escluso dal gruppo perché non giocava bene a pallone.
E infatti aveva una “sberla” (pedata) imperdonabile.
Mi fece sorridere, perché dimostrava di non aver capito come funzionava.
Era ai margini del gruppo non perché non sapesse giocare, ma perché non sapendo giocare dimostrava di rifiutare quella piattaforma sociale e quindi il confronto.
Voleva dire che per anni, mentre gli altri giocavano, faceva altre cose sospette.
Imperdonabile. Colpevole perché bambino altezzoso o innocente perché timido?
Non importava, era imperdonabile ai nostri occhi di ragazzini totalitari.

Il pallone era come la parata militare della Corea del Nord alla quale devi partecipare entusiasta anche se in cuor tuo non ti piace.
Non era ancora arrivato il momento dell’individualismo.
Quello che ogni ragazzino doveva capire era che c’era bisogno di questa piattaforma comune, non importava che fosse il pallone.
Fosse stato il cricket come in India, non sarebbe cambiato molto: pallina più piccola, un bastone e niente porte, ma l’essenziale, dei ragazzini che si divertono assieme senza genitori tra i piedi sarebbe rimasto.
Ciò che contava era essere d’accordo su cosa fare e farlo tutti, in modo che ci fosse sempre la possibilità di uscire di casa e andare a giocare.
La frammentazione, il fatto che il 30% giochi a pallone, il 20% a basket ecc… uccide la massa critica e rende gli sport solo sport.
Il pallone era, ripeto, qualcosa di più.

Un amico, che non era bravo per nulla ma ci provava, un giorno fece sei gol in una partita.
Si era piazzato davanti alla porta, la partita era un po’ andata in vacca e gli passavamo tutte le palle.
Non credo di averlo mai più rivisto così felice, nemmeno quando si è sposato.
Non aveva il fisico per diventare bravo, ma ci provava davvero e questo gli portò una certa dose di rispetto.

Ora, è importante notare che il più bravo di quello che giocavano a pallone non era minimamente al livello di quelli che andavano a calcio.
Erano due mondi diversi.
Quelli che andavano a calcio avevano rinunciato alla spensieratezza e ne avevano fatto una cosa seria.
Almeno fino alla fine dell’allenamento quando spesso poi venivano a giocare con noi.
Noi li guardavamo come alieni ma credo che in fondo ci divertissimo molto di più.

Ricordo mio fratello minore che alle elementari mi disse che non giocava più perché era una cosa da bambini quel correre dietro a un pallone del cazzo.
Fu come sentire una bestemmia.
Era la nostra religione, tutti eravamo d’accordo che fosse importante e lo era solo perché tutti ci credevano.

Messa così, correre dietro a un pallone, è proprio una cosa idiota in effetti.

Negli anni dei viaggi ho avuto conferma della bellezza di questo fatto buttandomi nella mischia in Brasile, India, Perù, Indonesia o Venezuela.
C’era sempre un pallone e qualcuno che giocava e bastava un sorriso ed eri di colpo inserito nel tessuto sociale più profondo del paese che fino a quel momento ti trattava da turista.

Ancora oggi, quando giro per il paese, vedo facce di gente che non so chi sia ma so di averci giocato a pallone assieme.

E i ragazzini di oggi dove sono?

Mi dicono che sono davanti ai computer, telefonini o videogiochi.
Spero per loro che non sia così e che abbiano altri alibi.

Fifa ’16 non potrà mai regalarti le emozioni di un vero gol tra fango ed erba schiacciata e ginocchia graffiate e il sudore nei capelli e il suono dei tuoi compagni che gridano “passa!!!” e te non passi e scarti e fai una finta e cadi e ti rialzi e poi passi e il tuo amico fa gol ed esulta e viene verso di te e ti dà un cinque con quel sorriso che vuol dire “grande Giglio, grande”.
E tu, ragazzino, ti senti grande e sai che un giorno potrai esserlo e solo il sapere di poterlo essere, solo il sognare di poterlo essere, ti rende già fiero, e così torni nella tua metà del campo pronto a ricominciare, ma aspetta che sono arrivati altri due, ok, il biondo con noi che è bravo e siamo in svantaggio, dove giochi? Ala destra. Ok, dai, fai il libero che siamo senza, ok, vai, si parte di nuovo.
E per quanto Messi possa sembrare realistico in Fifa 16, fidati, nulla si avvicina lontanamente a quanto mi sentissi io Platini quando quella volta ho passato ad uno cinque anni più grande di me di tacco e quello non l’ha presa e si è scusato dicendomi “scusa, bellissima palla, non me l’aspettavo un passaggio così figo, complimenti.”
Cuore gonfio di orgoglio.

3 risposte a “Non vedo più ragazzini giocare al pallone”

  1. no dai, per la maggior parte di chi di noi andava a calcio, giocare a pallone quasi non faceva differenza.
    e poi c’erano gli oratori, necessaria via di mezzo tra la strada e il campo della squadra
    a parte questo, triste vedere i bambini nella loro realtà virtuale

  2. Peccato che il contadino vicino al nostro campetto non la pensava come il vostro, a noi ci ha rincorso con un’accetta….

  3. bel post Luca, stavo entrando nella dimensione, c ero quasi, poi mi sono accorto che era l ultima frase. che vita del cazzo esser nati nel 21esimo secolo

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