Homus Bisognosus

caffé a Bangkok
a Bangkok

Fino a dieci minuti fa non stavo molto bene.
Avevo  la testa leggera, non riuscivo a concentrarmi .
Mentre portavo su dei lampadari dal garage, all’ultimo cartone mi girava la testa.
Alla fine ho dovuto per forza riposarmi un’oretta sul divano, cosa che non faccio mai.
Feels like I’m 70.
Qualcosa non andava, ma cosa?

Lo stress? Il freddo? Il caldo?

Fast forward ad oggi >>>>>

Adesso sto da Dio, le mie dita ballano sulla tastiera e potrei perfino scrivere del codice.
Sono al top.

Cos’é successo?

 

 

 

 

Ho bevuto del caffé. Vero, non decaffeinato.

Delle varie cose che abbiamo portato dal frigo di Scorzé a quello di Martellago c’erano due barattoli di caffé.

Due giorni fa avevo iniziato a bere quello che mio padre metteva nel barattolo dell’Illy.
L’altro l’avevo appena terminato.

Si dá il caso che fosse, orrore, decaffeinato, e io non lo sapevo.
Sono quindi andato avanti senza caffeina per due giorni.
I  risultati sono quelli descritti sopra.

Devo quindi accettare un fatto: sono dipendente dal caffé.

Per uno che negli anni 90 diceva “non voglio iniziare a bere il caffè per essere libero da bisogni” é proprio una bella fine!
Mò vi racconto come ho iniziato a bere il caffé:

era circa il 1998, vivevo a Cracovia e non bevevo ancora.
I polacchi si idratavano a forza di herbata (tè) calda. Dalla mattina alla sera.
Ero molto indigente, vivevo di lezioni di italiano molto a spot, e non mi potevo permettere l’acqua minerale che costava più della birra (la birra me la potevo permettere. Me la dovevo permettere. Non puoi non bere birra se vivi con i polacchi. E’ offensivo).
L’acqua del rubinetto non era potabile.

Dopo un pò di mesi a bere ‘sta caz’ di herbata mi ero stancato e provai a farmi qualche caffé alla turca/polacca.
E’ un modo molto raffinato per preparare la bevanda. Qualcosa che assomiglia alla cerimonia del té giapponese, ci sono millenni di storia alle spalle:
prendi un po’ di caffé macinato, lo sbatti nella tazza, ci versi sopra l’acqua bollente e quando non brucia più troppo cominci a sorseggiare dicendo “tak tak” o se vuoi fare il figo “owszem, owszem”.
Se ti é andata bene il caffé (non solubile) rimane in fondo alla tazza. Se ti é andata male sputacchi come un turco.
Se dici “owszem” sputacchi senza doverti organizzare, viene da sé.

Alla fine dei miei soldi e delle mie speranze d’amour tornai in Italia a lavorare e un giorno, in trattoria con i colleghi, dopo gli spaghetti al sugo, arriva la cameriera e dice: “quanti caffé?”.
La mia mano si alza da sola, senza che il mio cervello abbia impartito l’ordine.

Arriva l’espresso, lo bevo e sono definitivamente nel tunnel.
Per sempre. Senza alcuna possibilitá di scampo.

E’ semplicemente troppo buono.

E quindi oggi sono qui a dirvi che le droghe non sono sempre una brutta cosa.
L’importante é che siano economiche, facili da trovare e non ti brucino il cervello.
Il caffé lo spacciano ad ogni angolo ad 1 € anche in Piazza San Marco a Venezia (al banco) e nel prezzo é compresa la pisciatina in bagno.

Semplicemente la droga perfetta.

Se non lo bevo sono nervoso? Se non lo trovo sto male? Sono sempre alla ricerca di un bar, alle stazioni scendo di fretta prima che il treno riparta per andare ai distributori automatici?
Pazienza. C’est la vie. Abbiamo bisogno di tante cose: mangiare, andare al bagno, vestirci.
Se non mangio sono nervoso, se non mi vesto sto male, sono sempre alla ricerca di un bagno alle stazioni.

Butta dentro nella lista di bisogni imperiosi e immediati anche il caffé e vedrai che cambia ben poco.

Ma il piacere e la botta di vita che ti dá quella tazzina ripagano di tutte le sofferenze.
Come direbbe qualsiasi guru indiano tutto ha un suo equilibrio. La sofferenza crea il piacere, il piacere crea la sofferenza.
E’ inutile scappare.
E’ inutile smettere di bere il caffé per essere più liberi se poi ci si deve privare di quell’attimo di pura illuminazione.
Alla fine siamo sempre lí: la vita é orribile, la vita é fantastica.
E’ brutto prendere un gol ma nel momento in cui la palla entra in rete, quella piccola tragedia ti apre la possibilitá del pareggio.
Se invece segni per primo, inizia la paura di prendere un gol.
Se ne prendi un altro e vai sotto di due gol, il pareggio diventa una possibilitá ancora più bella.
Pensa poi che bello rimontare tre gol!

Se non hai qualcosa, lo vuoi e quando lo ottieni sei in paradiso.
Se perdi qualcosa soffri, ma come avresti potuto soffrire se prima non avessi avuto quella cosa?
Nell’atto stesso di ricevere c’é il dolore del poterlo perdere.

Come con l’elettricitá la vita sta nel differenziale tra dolore e gioia.
Chi vuole vincere sempre, chi vince sempre, ha perso in partenza perché non sente l’energia.

Ecco, ero partito col caffé e guarda dove sono finito.
In ogni caso volevo solo direche sono un drogato, felice di esserlo.

Fuck yeah baby.

 

8 risposte a “Homus Bisognosus”

  1. guarda, se fai un sondaggio tra i cooperanti nel mondo, su cosa si portano dietro dell’italia, l’unica cosa all’unanimità che ti risponderanno è “la macchinetta del caffè”.

    E’ davvero una droga. Io ne bevo poco quando sono qua, non ne abuso, ma quando sono fuori, per ogni cosa c’è un caffé: è potentissimo, ha un significato enorme, aiuta quasi a darmi un’identità.

  2. La cosa che a me ha sempre stupito è che quella del caffé è un dipendenza esclusivamente italiana (la moka nella valigia di un emigrante italiano è come il coltellino svizzero nell’equipaggiamento di un guardaboschi canadese, un bene di prima necessità): fuori dai confini nazionali non esiste questa tradizione, il tè è di gran lunga più popolare e anche quando capita agli stranieri di bere caffé non si preoccupano per niente della sua qualità.

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