Confessioni di un imprenditore digitale – parte prima

La promessa era qualcosa tipo: unisciti a noi e lavora in questo ufficio
La promessa era qualcosa tipo: unisciti a noi e lavora in questo ufficio (qui sono a Tulum, Messico)

Nel 2009 il vostro caro Tripluca aveva bisogno di soldi e invece di mettersi la tuta ed andare in officina come sarebbe stato giusto, ha fatto un bel “leverage” sulla sua credibilità online e ha coinvolto nelle sue avventure scapestrate alcune decine di ragazzi e ragazze carpendo mille euro di qua, duemila euro di là e avanti così, in scioltezza.

Cosa ne é stato di quel progetto?
Visto che l’ho lanciato da questo blog, credo sia giusto tornare qui e umilmente ammettere che non é andata come speravo.
Si legge sempre delle grandi startup di successo ma é più raro avere un resoconto trasparente dei progetti falliti, che sono la stragrande maggioranza (il 90%, forse più).
Il nostro non é fallito, siamo in piedi, ma ha fortemente disatteso le mie, nostre, aspettative.
Il contratto tra me e me era stato qualcosa sulla linea: “dai, lavora duro, fai un sacco di soldi e tra qualche anno smetti di lavorare, ti godi la libertà e magari fai l’Hemingway della situazione”.
Finora é stato solo “lavora duro” e in quanto a soldi ne faccio meno di prima.

Credo sia importante condividere questa esperienza nel modo più onesto possibile perché potrebbe tornare utile a chi sta provando a crearsi un’attività legata al web.

Come sapete la mia idea originale mi ha permesso di viaggiare per molti anni lavorando online.
Oggi per spiegarlo non ho più bisogno di dire “ho dei siti dove puoi prenotare appartamenti turistici per qualche giorno, un’alternativa all’hotel”.
Oggi basta dire “ho una specie di Airbnb”.
Ora, dire “una specie di Airbnb” mi fa girare los marones in maniera inimmaginabile, perché Airbnb è nato verso la fine del 2008, mentre io quelle porcate lí le facevo già nel 2001.
“Bravo scemo”, direte, “eri sette anni in anticipo, potevi fare una cosa grande e sei ancora a prendere il macchiato perché costa meno del cappuccino.”
Eh si, avete ragione, ma questa é un’altra storia.

Dopo aver raccolto i soldi ci siamo messi a fare quello che ogni startup che si rispetti fa: sviluppare il sistema.
Sviluppare il sistema è come andare all’università. Ti puoi immaginare un futuro radioso in cui tutto ciò che hai studiato è perfettamente rilevante.
La mamma ti dice che sei bello ma ciò che veramente conta é che una ragazza poi decida che sei bello abbastanza per faire l’amour avec elle.
Sviluppare é come farsi dire dalla mamma quanto sei bello: non vale.
Anche o scarrafone é bello a mamma sua.

– “Facciamo una funzione che [inserisci qui qualsiasi idea idiota]”
– “Si si, bella, questo ci permetterà di ottimizzare il revenue e il branding position in mercati laterali sinergici”
E giù a scrivere centinaia di righe di codice che rimarranno a fare ragnatele in qualche angolo di quel monumento all’arroganza che è il sistema che stai costruendo.

Non abbiamo fatto errori scandalosi nello sviluppo, ma ne abbiamo fatti vari.
In particolare mi ricordo di aver detto “creiamo almeno una funzione che ci distingua: la mappa. Prendiamo tutte le possibilità che ci dá Google Maps e implementiamole”.
Credo di aver passato almeno due mesi a Bali a far sviluppare quelle mappe dai Siberiani.
Calcolavano perfino la distanza tra l’appartamento e i ristoranti più vicini.
Se si può tecnicamente fare, facciamolo.
Col senno di poi, sarebbe bastata una classica implementazione realizzabile in poche ore.

Quindi, dovete immaginarci giù nelle caverne a scrivere codice.
Io venivo da 7/8 anni di un mercato tutto sommato immutato, dove anche uno sfigato con lo zaino che gira per la Patagonia riesce a far crescere il proprio fatturato di 30% all’anno.

In superficie intanto si stavano preparando venti di tempesta, ma noi dalla caverna sentivamo solo un leggero eco.
Intanto i ragazzi di Airbnb, una volta visto che c’era un modello, hanno gridato “we’ve got a business!”e sono andati da pg a chiedere soldi.
Anch’io in quel marzo del 2001 avevo gridato “ho un business!” ma sono andato subito a spenderli a Bangkok in Pad Thai nel ristorante del poliziotto ubriaco con la pistola, i soldi.

I tipi di Airbnb, dopo i primi 30.000 dollari, visto che funzionava, sono riusciti a raccoglierne altri 8 milioni poi 112, poi 200. La settimana scorsa, 500.
Milioni.
Questo mentre noi sviluppavamo con 30.000 € convinti di fare il botto.
Gli americani vedono le cose in grande, noi italiani tendiamo ad accontentarci di lavorare al negozietto sotto casa.
Vedi Starbucks che è stato ispirato dai bar di Milano e Verona.

Mentre Airbnb cresceva in maniera impressionante, sono nate altre ditte clone: Wimdu (40 milioni di Euro di investimenti), HouseTrip (600.000 Sterline al mese spese in Adwords), 9Flats e tanti altri.
Il settore e’ stato letteralmente inondato di soldi.

Il forte successo di Airbnb in realtà non ha scosso subito più di tanto un mercato frammentato e tradizionalista come questo.
Ma ha fatto rumore.
E quel rumore é arrivato al gigante.
Il gigante in lontananza mangiava hotel e cresceva, mangiava hotel e cresceva, e considerava gli appartamenti come il farro che cresce sulle montagne, preferiva coltivare ettari di grano (hotel) con l’agricoltura intensiva (peggior metafora dell’anno lo so).
Ma il rumore di Airbnb aumentava e diventava assordante.
Quindi il gigante si é svegliato ed ha iniziato a brucare anche il farro.
Così, senza tante storie.

Stiamo parlando di gente che fa utili per 2 milioni di Euro al giorno, 2 prenotazioni al secondo e spende attorno 500 milioni di U$ ogni tre mesi solo di pubblicità Google Adwords: Booking.com.

Quando noi siamo usciti dalle caverne, il paesaggio era completamente cambiato.
Abbiamo provato a raccogliere un po’ di grano ma ormai c’erano solo le briciole.

E’ come se ci fossimo messi assieme per aprire un bel bar dove servire del buon caffè e quando eravamo pronti ci siamo accorti che avevano aperto cinque Starbucks nel giro di 1 km.

Che fai in una situazione del genere?

La prima cosa che ti viene in mente é differenziarti.
Inizi a dire cose come: “si ma noi il caffè lo facciamo buono”, “diamo al cliente un servizio migliore, siamo come degli amici”.
Sono tutte cose vere, ma non ti accorgi che il costo degli affitti, proprio a causa di tutti quegli Starbucks, ti ha costretto ad aprire in periferia.
La gente in centro ha voglia di caffè, si guarda attorno, vede uno Starbucks, entra e beve.
Costa di più? E’ meno buono? Non importa. C’è.
Puoi essere il migliore, ma se non ti vede nessuno non serve.
Se poi, come noi, non sei nemmeno il migliore, ma hai solo alcuni vantaggi che compensano solo parzialmente altri svantaggi, non hai speranze.

La maggior parte dei siti che abbiamo lanciato hanno fatto fatica ad apparire nella prima pagina di Google in maniera organica (organico: senza pubblicità).
Molti non ce l’hanno proprio fatta.
Se a questo aggiungiamo che essere primi in Google oggi (primi, non solo da qualche parte nella prima pagina, primi in prima pagina) porta ormai relativamente poco traffico (più o meno come essere decimi qualche anno fa) possiamo dire che basare il proprio successo solo sulla visibilità organica ormai ha poco senso.
Ci vuole troppa fortuna.
Ripensandoci, tutto il modello che avevo proposto era basato su di un concetto: fai un sito di qualità e sarai trovato.
Il classico “build it and they will come”. Un peccato originale delle ditte web.
Le valangate di soldi gettati in Adwords dai concorrenti milionari hanno reso lo spazio organico ridottissimo (ormai in google vedi più pubblicità che altro) e creare un business basato su quello un vero e proprio terno al lotto.

Quindi, un po’ come quando ti laurei, affronti il mondo del lavoro ti accorgi che i tuoi bei voti non bastano, noi ci siamo accorti che avevamo un grosso problema di visibilità.
Il resto andava bene: avevamo trovato gli appartamenti, i siti bene o male erano accettabili, la gente che arrivava bene o male prenotava…tutta la catena di montaggio era in piedi, ma mancava un piccolo particolare: il cliente.

Io all’inizio sognavo di coinvolgere venti persone e dopo un anno vedere queste venti persone girare il mondo con i soldi guadagnati grazie al progetto.
Tanti nuovi tripluca insomma.
Oggi mi rendo conto che abbiamo invece fatto numeri da incubatore e che sono stato un incubatore: “vieni, ti insegno come funziona, ti dò alcuni strumenti e poi se hai fortuna e sei bravo guadagni”.
Il tasso di successo é stato attorno al 30%, e per successo intendo semplicemente che ci sono dei guadagni per i quali é valsa la pena lavorare, non stipendi che ti permettono di viaggiare.

La lezione di questo articolo é: le cose cambiano, tieni d’occhio il mercato in maniera costante.
Se invece di fossilizzarmi sul modello storico* avessi cercato subito l’opportunità offerta ** dalle mutate condizioni, adesso staremmo tutti meglio. Ma ho sbagliato.

 

* modello storico: prima di abbandonarlo ho ritenuto necessario che un Manager andasse sul mercato con un sito fatto bene, dei buoni appartamenti e un certo lavoro di SEO. L’errore é stato non ricordare che all’inizio a Praga ero uscito con un sito orribile, 6 appartamenti economici e zero SEO, guadagnando subito. Mi dicevo “i tempi sono cambiati, oggi serve un sistema avanzato”. Ma la verità é che il sistema é relativo, prima bisogna essere visti. Ho sbagliato completamente focus.
** opportunitá: ne parlerò più avanti.

 

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14 risposte a “Confessioni di un imprenditore digitale – parte prima”

  1. Ciao Luca,

    Post molto interessante, chiaro, che va dritto al nodo della questione,
    direi “illuminante”.
    Mi sento di dire solo una cosa: andate avanti !

    Si e persa magari qualche battaglia ma non la guerra ! 😉

    Suerte.
    Logomaco.

  2. Ciao Luca,

    Grazie per questo onesto e dettagliato report, sono anch’io un imprenditore digitale da 2 anni e ti capisco proprio!
    Secondo me ti sei fatto una grandissima esperienza e sono certo che hai imparato tantissime cose che non ti vengono dette a scuola ne si leggono sui vari e-book “HOW-TO MAKE MONEY ONLINE”.
    Le chance di avere successo al primo tentativo sono troppo basse, l’unica soluzione é provare e riprovare 🙂

    Un saluto

  3. si si Riccardo andiamo avanti, mica è finito l’articolo, e’ un serial a puntate con colpi di scena 🙂
    Daniele, concordo, ormai di gente che prova a fare roba online ce n’è talmente tanta che è persino difficile avere un’idea originale.
    In bocca al lupo intanto.

  4. Bell’articolo!
    Sprizza positivitá nonostante sia la storia di un fallimento.
    Io sono uno del gruppo e conoscevo il tirannosauro rex (AirBnB) prima di entrare nella caverna (Adormo) e seppur conscio della possibilita’ di fallire ho volute sfidare il dinosaur lo stesso.
    Sono contento di averci lavorato, di lavorarci ancora ed in futuro.

    Nessun imprenditore che si rispetti della silicon Valley non conta almeno un fallimento alle sue spalle.

    P.S. questo post è meglio di tutti gli articoli pubblicati nella pagine finanziarie dei giornali italiani 🙂

  5. Mizzika Claudio manco i link sai ancora mettere, te l’ho dovuto correggere che era broken 🙂
    Grazie Enrico, in arrivo altri articoli.

  6. Io sono uno di quei ragazzi che e’ entrato in Adormo.
    Tralasciando i dettagli nel caso mio in particolare (profittabilità dell’idea e del mercato) posso senz’altro dire che il bilancio è positivo ed è stato un bene entrare in Adormo.

    Sempre nel mio caso in dettaglio, aggiungo, non bisogna guardare esclusivamente ad un ritorno economico e di breve termine, per definire se un investimento e’ stato positivo o meno.

    A buon intenditore poche parole 🙂

    Si aspettano cmq i colpi di scena!

  7. Sai Luca, gli Americani possono piacere o meno (io sto nel mezzo in questa opinione), però loro ci provano sempre, in grande. E se provi in grande la caduta è dall’alto. Voi forse siete caduti da una altezza minore, ma ci si ritrova tutti a terra. Magari non morti, ma alquanto ammaccati! Però loro, ascoltando la tua storia, ti direbbero che fallire non è un male. Che un imprenditore che non ha mai fallito può generare sospetto, perchè forse non ha mai osato come avrebbe dovuto. Che ogni storia ha la sua morale, a discapito dell’Happy Ending. Che ogni problema dovrebbe essere visto come una opportunità. Che alla fine siete stati bravi lo stesso, siete scesi in campo contro i big dogs, quelli che non sono nei ristoranti fetidi di Bangkok o sotto le palme di Bali. Loro sono a San Francisco in uffici con amache e massaggiatrici (magari non Thailandesi), air-con a palla e pranzi e cene in delivery puntuale. Loro si smazzano 10-12 ore al giorno, sapendo che 100.000 dollari vanno bruciati al più presto per generare un prodotto, poi il profitto, poi investimenti. Che chi sprinta per primo magari vince, o almeno sale sul podio. Voi avete avuto le palle di provarci, voi nel gruppo di corridori c’eravate sulla linea di partenza. L’idea l’avevi avuta anni fa, ma come ho sentito dire spesso le idee non valgono nulla se non le trasformi in una cosa reale. Belle storie, ma finiscono lì. Avete sbagliato strategia, alla prossima saprete analizzare e valutare meglio.

    A me la Vostra storia è piaciuta un sacco. Hai lasciato la tuta da operaio in garage per metterti il costume da bagno e provare a fare una cosa diversa, ambiziosa. Che questo, per la mentalità Italiana, non è cosa da poco.

    BRAVI!

  8. All successful people fail. But they take defeat as defeat, not as “experience”
    Paulo Coelho da Ginevra su Twitter 2hr ago.

  9. L’approccio al fallimento è fondamentalmente di due tipi:
    – Quello Italiano-Europeo: hai provato una cosa e non ce l’hai fatta. La devi pagare.
    – Quello americano: hai provato una cosa e non ce l’hai fatta. Perfetto, hai più esperienza di altri per cui hai più probabilità di successo.

    Proprio ieri un Angel investor americano confermava questo.
    Peroò, vedendola da vicino, nel mondo delle start-up noto un atteggiamento che forse sta andando alla deriva. Conosco uno che ha giá fallito tre volte (fallito nel senso che la start-up non é andata) e adesso è un boss. Ogni volta che chiede soldi per il prossimo progetto glieli danno perchè ha esperienza. Forse è un po’ troppo 🙂

  10. L’approccio al fallimento è fondamentalmente di due tipi:
    – Quello Italiano-Europeo: hai provato una cosa e non ce l’hai fatta. La devi pagare.
    – Quello americano: hai provato una cosa e non ce l’hai fatta. Perfetto, hai più esperienza di altri per cui hai più probabilità di successo.

    e quindi Coelho che è brasiliano dove si situa?

  11. uhn pizzetto-pizzo..forse ho capito dove vuoi andare a parare nella terza parte delle confessioni di (google suggerisce nell’ordine: 1) una mente pericolosa 2) un malandrino 3) una baby prostituta)

  12. Difficilmente le grandi compagnie come Airbnb iniziano cosi per caso e poi boom! Sono progetti studiati gia’ in partenza per spazzare via tutto, non a caso ricevono milioni di dollari. A meno che crediate veramente che uno di 20 anni crea da solo una compagnia multimilionaria dalla sua stanza 🙂

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