Always on, always in

monaci di vari colori al tempio di bodhgaya, dove il Buddha ebbe l'illuminazione. Come possiamo notare, non hanno uno smartphone in mano. O si?
Monaci di vari colori al tempio di Bodhgaya, dove il Buddha ebbe l’illuminazione. Come possiamo notare, non hanno uno smartphone in mano. O si? Oddio no…non mi fate venire questi dubbi.

Ai miei tempi (scusate ma noi vecchi iniziamo così tutte le frasi) lavorare online era un casino.
Figlioli, ricordo ancora la prima volta che il mio primo laptop provò (scusate ma noi vecchi parliamo sempre in passato remoto) la sensazione di farsi mettere un cavo LAN in vena.
Ma che dico LAN? Era un cavo del telefono a 56 Kb.
Eravamo a Cairns, in Australia, nel 2000 e mentre lui si collegava alla Grande Madre Internet e scaricava otto e-mail in meno di dodici minuti, io lo accarezzavo dolcemente sull’angolo destro dello schermo e gli sussurravo nel microfono “visto che sballo? Non ne potrai più fare a meno fratello”.

Qualche anno dopo a Praga, con PaoloTrip, in una discoteca sotto al Ponte Carlo, trovammo quei due dealers di una nuova droga chiamata “wireless”.
Parlando a bassa voce dicevano che ci saremmo potuti sparare internet senza nemmeno bisogno un cavo.
L’equivalente di spruzzi di cocaina nell’aria per tutti.

E noi iniziavamo ad assaporare l’odore della libertà, del poter lavorare da ovunque e in qualsiasi momento, l’idea di non essere legati ad un ufficio o ad una catena di montaggio.
Come biasimarci?

Ciò di cui non ci rendevamo conto era che il poter “lavorare da ovunque e in qualsiasi momento” è una frase che andrebbe detta lentamente ascoltando con attenzione quello che si dice.
Perchè a quel punto non suona piú tanto bene.
Suona infatti un po’ troppo come “lavorare sempre e comunque”.

E’ quello che ho finito per fare, e adesso mi chiedo se non fosse meglio poter lavorare solo “al lavoro” e il resto del tempo dedicarlo ad altro.

Il fatto è che finché viaggiavo, metà del tempo era passato a guardare pinguini fare l’amore sui ghiacciai in Patagonia o comprare biglietti del bus e a cercare un ristorantino cheap.
Era un sistema di autoregolazione che funzionava alla perfezione.

Internet era un bene diffuso, lo trovavi dappertutto, ma non pervasivo.
Non ti seguiva ovunque.

Per collegarmi dovevo andare da qualche parte.
Infatti arrivavo nell’internet café (dove solitamente di caffé non c’era nemmeno l’ombra) facevo le mie cose il più in fretta possibile, perché negli internet café non ci stavi 8 ore, e poi via, verso la vita.

Internet cafè = lavoro. Stop.

Poi è arrivata la stanzialità che mi ha fregato: tutto il tempo che volevo per lavorare, niente rotture come “occhio che ci sono le onde giuste a Padma andiamo a (fare finta) surfare!”, “andiamo a vedere il pre-molare di Buddha” o “c’ho fame, dov’è che fanno quei noodle rosa fantastici?”

Poi, chiodo sulla mano destra, è arrivato il wireless ovunque.
E poi, chiodo sulla mano sinistra e chiodone sui piedi uno sopra l’altro, gli smartphone con la connessione dati sempre accesa.

E alla fine invece di essere inchiodato alla scrivania 8 ore al giorno sono crocifisso a internet 24 ore al giorno.
Certo, posso smettere di lavorare quando voglio, ma poi arriva quel messaggio in Slack, lo guardo, ed ecco che sono ricaduto nel lavoro senza nemmeno accorgermene.

Forse era meglio la scrivania.

E quindi?

E quindi niente, ci siamo fatti fregare di nuovo, anche a noi nomadi digitali o come vogliamo chiamarci per sentirci avanti.
Pensavamo di essere nomadi sui cammelli, invece spesso siamo i cammelli.
Cammelli digitali.
E quelli sopra le nostre gobbe sono sempre gli stessi: guardali che bevono il tè sotto la palma ridendo mentre a noi niente, tanto possiamo vivere senza bere per due settimane.

Always on è diventato Always in (the ass).

Ci dobbiamo organizzare un po’ meglio, dai.
La soluzione forse anche questa volta appare complicata ma è semplice.
Tanto semplice da sembrare blasfema per noi lavoratori da sdraio sotto le palme di Akumal: la scrivania.

E infatti una cosa estremamente giusta che ho fatto qui a Sofia è stato prendermi un desk ad un co-working.

Così il lavoro è lì, in un luogo fisico ben definito.
Lo faccio bene e concentrato, come un umile servitore deve fare, ma poi quando vado via, lo lascio lì ‘sto cazz di lavoro.
Chiudo la porta di ferro dietro di me e non lo faccio uscire.
Poi lui ovviamente, come uno spirito malvagio, batte sulla porta gridando cose immonde, gira la testa a 360 gradi e vomita usb decomposti, poi passa tra gli stipiti, si infila in ascensore, entra nel mio cellulare e, a casa, prova ad uscire di nuovo, magari sotto forma di telefonata.

Io resisto, ma poi è importante e rispondo.

E’ una lotta, la sta vincendo lui, ma almeno è iniziata.
Un po’ come l’operaio dei primi novecento che iniziava a resistere allo sfruttamento.
Forse tra qualche tempo l’avrò domato.

Ora, direte, “ma come, la scrivania in ufficio?”.

Oddio no, non deve proprio essere una scrivania in un ufficio.
Ma un posto chiaramente delimitato e dedicato al lavoro sì.

Devi andare al lavoro, non averlo attorno a te che ti lecca il collo e sussurra cose dolci per convincerti a produrre ancora un po’, tutta la giornata.
Altrimenti lui, che è un mostro, invade tutti i tuoi spazi e tempi.
Ecco, era questo che volevo dire.

Niente, io qui comunico un disagio, come quello di fine anni novanta quando ho voluto togliermi la cravatta e andare a petto nudo (che tanto i peli erano ancora socialmente accettabili) verso il futuro radioso.
Adesso mi voglio togliere lo schermo che ho davanti per tutto il giorno e tornare ad una vita più equilibrata.

Quindi se l’immagine eroica di ieri era il tipo che si strappava la camicia, gettava la cravatta ed abbandonava la valigetta per andare a lavorare in spiaggia, quella di oggi è il tipo che in spiaggia ci va senza computer o cellulari e gira per strada gloriosamente offline.
Le varie notifiche le leggerà dopo.
Ok, non è un’immagine potente, me ne verrà in mente una migliore, ma il concetto è la separazione del tempo dedicato al lavoro e alle cose online e quello dedicato al mondo reale.

L’offline come il nuovo lusso?

Queste cose le scrivo mentre la sera prima di dormire devo ancora verificare se ci sono mail urgenti e se ci sono, mi attivo.
Quindi non mi posso atteggiare a Guru, sono un operaio sfruttato e pieno di olio che mentre tira una leva che gli schizza in faccia altro olio, si ferma un attimo a pensare, vede fuori dalla finestra il padrone che arriva con una Zephir Coupé e si chiede se non sia il caso di rivendicare una giornata lavorativa piú corta. Dopotutto la produttività è aumentata o no?
E ne parla, come faccio io ora, col compagno di catena.

Solo che stavolta è tutta una lotta interiore (io sono allo stesso tempo l’operaio e il padrone) quindi teoricamente più facile ma in realtà comunque difficile.

Il bello è che, e di questo ne sono sicuro, una volta rimosse tutte le perdite di tempo di chi è sempre collegato (“speta che controllo FB, speta che vedo HN, speta che chatto con Piero”), si è più produttivi in sei ore dedicate al lavoro senza distrazioni che in dodici sempre on.

Quindi forse la via è creare una scarsità artificiale di internet per renderlo più prezioso e dedicarlo solo al lavoro.

Non so, anche in questo caso come nell’articolo precedente, non ho soluzioni, solo un disagio e qualche idea.

8 risposte a “Always on, always in”

  1. Ci ho pensato anch’io questi ultimi anni al (troppo) tempo dedicato al lavoro online. Nei periodi di punta (i 6 mesi colombiani) anche 10-12 ore al giorno attaccato al pc! Alla fine lavoro di più quando tutto il mondo crede che sono in ferie e non sto lavorando (cioè che non vado in ufficio) che nei 5 mesi che timbro ogni mattina il cartellino.

    Ma, almeno nel mio caso, credo di aver trovato la soluzione, non si può continuare così o la vita sfugge via senza che uno se ne accorga. Tutto dipende dal tipo di lavoro online che si sceglie, questo secondo me è uno dei fattori più importanti. Nel mio caso ho scelto qualcosa che possa reggersi da solo senza assistenza, senza richieste di clienti, mail, e anche senza troppi aggiornamenti. Ora sono ad un buon punto e credo mi manchi poco (pochi mesi) a ridurre drasticamente le ore di lavoro. Dopodichè, come ben dici, o si separano i due luoghi (casa e lavoro/pc) o si creano regole casalinghe ferree di connessione (ora cerco online se esiste un app che spegne il computer per tot ore al giorno senza possibilità di accensione! 😀 ).

    In ogni caso, oltre quello che hai già scritto, il mio consiglio è di cercare di tagliare le parti del lavoro che necessitano di troppo tempo (tipo, per fare qualche esempio, la possibilità di commentare nei siti creati, forums, etc). Se in passato uno cercava principalmente la maniera di “guadagnare online”, ora condivido che la nuova esigenza in questi tempi iper-connessi è cambiata in “guadagnare online con meno tempo!”.

    Good luck!

  2. Io ho iniziato a tagliar fuori giornate nelle quali non lavoro, non rispondo alle mail nè a chiamate e messaggi, e ho dovuto renderlo tassativo (per me in primis). Solo ultimamente mi sono dotata di connessione mobile quando sono in UK, prima per anni sono uscita senza e non mi connettevo quasi ai wi-fi quando ero fuori casa. Rimane il problema dipendenza social, ma ci sto lavorando su.
    Comunque che bell’articolo, è un piacere leggerti! Ti inserisco subito nel mio Feedly, ciao! 🙂

  3. Assolutamente d’accordo. E’ fondamentale riuscire a trovare uno spazio proprio, definire un orario ben preciso e soprattutto cercare di staccarsi dalla rete una volta terminato il lavoro.
    Grazie per il post! 🙂

  4. @Pedro
    mizzica e’ una vita che alludi a quello che fai online! Diccelo!!!! 🙂
    @Lucia
    Oddio, avanti, per ora sono solo chiacchiere 🙁
    @Mae
    > Io ho iniziato a tagliar fuori giornate nelle quali non lavoro
    Anch’io, ma il lavoro tende a risucchiarmi con tecniche sopraffine di manipolazione mentale…
    @The Lazy Trotter
    > e soprattutto cercare di staccarsi dalla rete una volta terminato il lavoro
    Esatto. Forse e’ la parte piu’ difficile. Ormai si fa tutto in rete.
    Forse dovremmo avere istanze separate sul computer, tipo Account di lavoro e non.

  5. I due numeri magici… ottanta/venti 🙂
    Basta tenere presenti quelli, e sapere cosa si vuole davvero dalla vita liberandosi di tutto il resto (facile a dirsi, ma con un po’ di impegno anche a farsi).

  6. >” @Pedro – mizzica e’ una vita che alludi a quello che fai online! Diccelo!!!! ”

    Ah ah! Ti ricorda qualcosa questo? Forse qualcun’altro che anni fa alludeva continuamente ad un lavoro online senza mai spiegare cosa fosse… 😀 Comunque non è vero, ne ho già parlato diverse volte qui e là.

    E’ molto semplice, costruisco siti in nicchie altamente redditizie, li porto ai primi posti di google, ci metto affiliazioni ed incasso. Niente clienti, niente mail, messaggi, commenti, spiegazioni, imprecazioni, nulla. Solo i necessari aggiornamenti wordpress periodici, più il “raschiamento del barile” cercando di posizionare anche decine e decine di long tail keywords, per raccogliere anche le briciole. Poi fotocopio il sito per altre keywords.
    Non dico che è facile, perchè per ottenere 3-4 siti che rendono bene ne ho costruiti almeno una trentina, con mesi/anni di lavoro e giornate da 10/12 ore di lavoro. Ma ormai il più del lavoro sembra fatto e fra 4-6 mesi posso “ritirarmi in pensione” e magari viaggiare di più come facevo in passato, pur se ora con moglie a carico 🙂

    Ricordo che un tempo anche tu predicavi questo modello di businness (ricordi il discorso degli annunci adsense sul sito tripfoto?). Sembrava facile anche allora (non lo è). Poi invece hai “razzolato” diversamente, scegliendo altri modelli che ti fanno “laoràre” senza sosta! Di la verità, forse il tuo sangue veneto ti ha richiamato all’ordine da sotto le palme in cui eri 😉

    Un abbraccio, y Que Viva el TripForum!

  7. si dai era per romperti le balle 🙂
    Adsense è durato quello che è durato. Prendevo anche 200 € al mese solo con le foto.
    Poi, come sempre, è arrivata la massa ed è calato.
    L’ho tolto anche da Tripluca.
    Bisogna sempre essere i primi, e aprofittarne finchè dura.
    Vai Pedro, facce sognà!

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