Confessioni di un Plugin organico

FeuerbachAmazonenSchlacht
Anselm Feuerbach, Amazzoni

La Donna per noi è prima di tutto, all’inizio, Mamma.

Appena nati impariamo subito ad amare quella figura che soddisfa ogni nostro bisogno e ci conduce lentamente in un mondo crudele dandoci però il tempo di imparare, protetti da una sfera invisibile di calore.
Poi pian piano ci rilascia, usciamo, ma appena ci facciamo un po’ di male torniamo nella sfera a riscaldarci.
Qualcosa ci spinge nuovamente verso fuori, ci facciamo male, ancora, non torniamo più così vicini, ma sappiamo che c’è, e questo ci aiuta ad allontanarci un po’.
Tutto il nostro rapporto con la Madre è un lei che ci spinge fuori dicendoci che sarà presente quando ci faremo, inevitabilmente, male.
E’ un lei che ci spinge fuori con immenso dolore ma con la consapevolezza che non c’è altro modo.
Come nel parto, così per tutto il resto della vita.
Questa verità basilare non l’avevo mai, incredibilmente, colta.

Poi cresciamo e la donna diventa, nuovamente, il centro di tutto.
Questa volta non più una, ma tante, qualsiasi, basta che ci faccia fare all’amore.

Il sesso.
Il sesso che diventa un pensiero costante nell’adolescente che, appena liberatosi dall’influenza totalitaria della madre, ricade in un altro ambito altrettanto potente e totalitario.
Passiamo dall’ammirazione del seno materno a quello collettivo come le scimmie saltano da un albero all’altro.

Non c’è un attimo nella nostra vita nel quale non abbiamo un bisogno impellente di tetta.
Almeno fino alla salvezza della senilità.

Qui si potrebbe facilmente scadere di tono in quanto parte della nostra cultura ha reso volgare il sesso, la tetta e, orrore, la vagina.
Ma io vorrei scrivere queste righe facendo finta per un attimo che le tette siano una cosa sana, bella, genuina, dispensatrice di latte e amore.
Lasciamo stare due millenni di perversione per un attimo, solo il tempo di leggere queste righe, e ammiriamo il seno, cercando di capire quanto sia simbolicamente, incredibilmente, magico.

Nella fase in cui per noi il seno diventa non più un dispensatore di cibo, ma una specie di chiave dalla quale passare per una porta ancora più magica, siamo, di nuovo, dipendenti al 100% dalla Donna.
Lei, seduta sulla montagna, ci aspetta e per rifiutarci, o qualche rara volta, sceglierci.
Deve solo farsi bella e attendere.
A noi maschi l’arduo compito di scalare mille montagne, in competizione con mille altri uomini nella speranza di una fugace copulazione.
Siamo come gli spermatozoi in fin dei conti. Solo più lenti.
E anche questo lo dico senza volgarità. Quella corsa disperata all’attacco dell’ovulo ha un suo senso, anche se non ci rende molto onore.

Nella strategia finale della vita, siamo però meri pedoni alla ricerca di un fugace piacere completamente dimentichi dello scopo finale che è la continuazione della razza umana.
L’uomo che fa l’amore non pensa al bambino che nascerà, la donna sospetto di sí (mai dare per scontato cosa pensa una donna davvero), che quindi ha la fortuna di provare dentro di sé non solo il piacere fisico ma ha anche consapevolezza della magia che sta per avvenire nel suo corpo.

E anche qui, nelle serate a birre e cicche mentre parliamo della tettona di turno o di quanto è bona la pescivendola che le darei uno sgombro così, siamo completamente fuori gioco.
Vediamo solo una piccolissima parte del tutto.

La Donna invece? Lei sa.

Scrivo tutto questo perché ho assistito, scioccato, al travaglio di Lek.

E’ durato 23 ore ed è stato molto diverso da come mi immaginavo avendo visto tante scene di parto nei film.
Innanzitutto non è vero che la futura madre corre in ospedale, la mettono sulla barella, spinge per due minuti e poi prende in braccio il bambino e dice quanto è bello col marito che le accarezza i capelli.
Manca un piccolo dettaglio: il travaglio.
Ora, non è che non sapessi che ci fosse il travaglio, ma assistervi è un’altra cosa rispetto al saperlo.
Per gli ignoranti, come me fino a poco tempo fa: Il travaglio è un processo durante il quale l’utero si allarga per farci passare il bambino.
Passa da 1 a 10 cm nel giro di varie ore e lo fa con ondate di dolore sempre più ravvicinate e forti.
Questa la teoria.

La pratica è la tua donna che ogni tanto smette di parlare e si concentra su sé stessa per alcuni secondi, durante la contrazione, e poi cerca di dormire in attesa della prossima.
E tu che misuri la distanza in minuti tra una e l’altra, e la durata del dolore.
E passa una notte intera.
La mattina la porti in ospedale e ti dicono che manca ancora molto tempo. Quanto? Non si sa.
E allora ti mettono in un appartamentino con cucina, divano, televisione, letto da parto, vasca da parto, doccia separata e bagno.
E aspetti, cercando di farle coraggio.
Lei si fa una doccia calda, poi un’altra. Dicono che aiuti a sopportare il dolore.
Che aumenta.
Passano tre ore, le fanno un’altra visita e la dilatazione è stata minima.
Tre ore e siamo praticamente al punto di prima.
Le contrazioni sono sempre più forti, e adesso hai anche il dubbio che siano inutili.
Lei comincia ad essere stanca, proprio quando avrebbe bisogno di tutta l’energia possibile, allora cerchi di farla mangiare, ma riesce a consumare solo qualche pezzettino di biscotto.

All’imbrunire la portano in sala parto per essere più vicini all’ostetrica, il dolore comincia a farsi lancinante e lei non riesce più a stare seduta, quindi inizia una lunghissima fase nella quale durante le contrazioni è in piedi e si aggrappa alla tua maglietta come se stesse per affondare.
Sei uno scoglio in un mare di dolore nel quale lei è ormai sicura di affondare per sempre.
Tu però non ti senti uno scoglio, non sai se le gambe ti reggeranno.
Passano ancora un paio d’ore e ormai non ce la fa più. Chiede qualcosa per lenire il dolore, una puntura, del gas anestetizzante o il cesareo.
Quando manca? Non si sa.
E’ la fase più difficile perché la vedi che vuole dormire, è spossata, ma il dolore la risveglia ogni volta.
E arriva il punto in cui durante le fitte tiene gli occhi chiusi per la stanchezza e le si aprono poco, facendo vedere solo il bianco.
Roba da film dell’orrore thai, di quelli dove invariabilmente la fantasma cattiva ha i capelli neri e lunghi e sporchi del vomito di Satana in viso.
Ti chiedi se ce la farà o svenirà.
Non hai mai visto nessuno soffrire così tanto e per tanto tempo. Se vedessi un uomo in quelle condizioni chiameresti subito il prete, perché è evidente che è ferito a morte e non ce la può fare.
Come quando uno nei film sputa sangue. E’ il segnale della fine sicura.

Ma quella persona davanti a te non é un misero omuncolo. E’ una Donna.

L’ironia è che non c’è nulla di originale.
E’ come se ti frustassero dicendoti “dai dai che non sei la prima che viene frustata, non ti lamentare troppo”.

Altra visita. La dilatazione nelle ultime ore è stata minima. Le danno dell’ossicitomina con la flebo.
Fara’ meno male adesso? Chiede.
No, aumenteranno le contrazioni, serve a velocizzare il tutto.
Quindi, capisco, farà più male.
E’ troppo. Sono le otto sera, fuori è buio. Non ce la può fare. E resta in piedi, quasi dormendo, e si attacca alla mia maglietta e poi all’ostetrica che la guarda con immensa calma e le dice “brava”.
L’ostetrica è calma come mille Buddha battezzati nella valeriana.
E’ lei la vera roccia.

Lek riesce solo a dire “basta, per piacere, basta”.
Io assisto a una tragedia  sapendo che non è una tragedia ma una normalissimo evento naturale.
Non so se maledire il creato per il dolore o ringraziarlo per il miracolo.
Io, ricordiamolo, non sto soffrendo.
Cioè questa storia ve la sta raccontando uno spettatore.

Visita. Ok, la dilatazione è aumentata.
Quanto manca? Non si sa.

Perché Dio non ha messo un indicatore in download?!
Ah già. Dio non esiste. O se esiste, ormai ne sono sicuro, è Donna.

O lo vedo in fronte a me in questo momento, mentre sta creando la vita.

L’ostetrica esce dalla stanza e quasi nello stesso momento si forma una pozza rosa ai nostri piedi.
Corro fuori e grido “ha rotto le acque!” come se Mosè avesse fatto un miracolo.

Ancora quella sensazione di assistere a un evento allo stesso tempo tremendamente unico o banale a seconda dello spettatore.

Inizia una nuova fase di dolore. Adesso tutte le fibre del corpo le dicono di spingere mentre l’ostetrica le dice di non farlo. Deve soffiare.
Il motivo è lasciare che sia la bambina a spingere e arrivare fino ad un certo punto da sola, per evitare che si faccia male sul collo dell’utero.
O qualcosa del genere.
E ti chiedi come facessero a saperlo i miliardi di donne del passato, o anche del presente in paesi poco informati.
Spingevano? Morivano i bambini? Come mai la natura ti dice di spingere ma è meglio non farlo?

Anche questa fase passa, sono ormai le nove e mezzo, la spostano sul letto e le dicono di iniziare a spingere.
Io, nella grande tradizione del marito che assiste al parto perché si fa così e se non lo fai poi ti guardano storto, mi metto dietro di lei in modo da accarezzarle la testa, parlarle nell’orecchio e soprattutto non vedere cosa accade lí sotto.
Sono come il soldato codardo che si rifugia dietro la collina dicendo ai compagni “andate, vi copro io”.

Finalmente la scena da film. Lei che spinge, le ostetriche che dicono “spingi!”, “ok, vedo la testa” eccetera.
Al “vedo la testa”, allungo il collo da dietro la collina per dare uno sguardo al nemico che avanza.
E vedo dei capelli neri spuntare.

Emozione. No, anzi, poca.
Non mi batte forte il cuore.
Sono spossato anch’io, sto solo guardando una scena che mi appare distante, la fine di un film, dopo troppe ore di pubblicità.
Sono come un bambino che vede una cosa mai vista ed è sopraffatto dalla curiosità senza spazio per l’emozione.
Ma guardo, ormai ho abbandonato la collina e sono in prima linea, e questa testa che prima sembrava piccolina e adesso si rivela grande.
Mi viene in mente, ovviamente, la scena dei Visitors. Scaccio il pensiero infastidito. Proprio i Visitor mi dovevano venire in mente?

Nel mentre, Lek non vede niente del campo di battaglia.
Le faccio la telecronaca e le dico io che la testa è fuori. Lei vuole solo che finisca presto.
E poi, di colpo, uno “spulrpsplashsplofff” e l’ostetrica tiene improvvisamente in braccio una cosetta con la testa completamente nera e il corpo bianco e viscido.
La avvolge in un asciugamano, la pulisce, il colore è ora più rosa, e la mette sul suo petto di Lek che non riesce a vederla in faccia, ma è troppo stanca anche per girarla.
Altra scena da film mancata, con la mamma che vede subito la bambina, tutto è finito e si amano da subito.
Le vedo il viso io per primo.

Taglio io il cordone, e penso che poi un giorno forse troverò il significato simbolico di questa cosa, ma non credo che ci sia.

Dopo poco Lek mi chiede di toglierle la bambina dalla pancia che le pesa e le fa male.
Le contrazioni infatti continuano.

Questo è il momento in cui comincio a capire che il dolore non è finito.
Prendo la bambina e la guardo. Se mi dicessero che l’ha partorita la moglie di Gengis Khan a cavallo nella steppa ci crederei senza fiatare.
E’ tutta occhi a stra-mandorla e zigomi alti. Di mio non ha nulla. E odora di funghi.
Mentre faccio questi pensieri profondi, esce anche la placenta. Sono le dieci e mezza di sera e vedo una specie di bistecca uscire.
La guardo senza sorpresa, come se ne vedessi ogni giorno.

A questo punto se apparisse l’Arcangelo Gabriele a farmi firmare dei documenti gli chiederei solo una biro perché  la mia non so dov’è.

“Adesso è finita per fortuna”, penso.
Ma l’ostetrica dice:
“Ok, è andata bene, credo che ce la caveremo con tre punti”.

Punti? Quali punti? Si è fatta male? Quando?
E iniziano a metterle i punti. Credo che ci mettano mezz’ora, ma il tempo è ormai dilatato più di un utero.
Questo è il momento in cui comincio a capire che il dolore non finirà mai.
Il giorno dopo verrà quello di allattare, tanto per gradire.

Pian piano cedo alla stanchezza e non vedo l’ora di andare a casa a dormire.
Ci sono ancora una serie di step, quali la pulizia della bimba, alcune carte da firmare e non ricordo più cosa.
Lek, nel frattempo sta imparando a conoscere Leila.

Ora, a dir la verità, non ricordo nemmeno più bene cosa sia successo dopo, ho iniziato questo articolo il 27 Settembre e siamo al 18 Ottobre.
L’impressione più forte resta quella di essere entrato in un mondo governato dalle donne.
In quelle ore infatti non si è visto un solo uomo.
Erano donne le ostetriche, le infermiere, le donne delle pulizie, le partorienti (ovviamente) e persino l’esserino uscito da Lek.

Nei giorni successivi ho guardato gli uomini e li ho visti sotto una luce leggermente diversa (siete cortesemente invitati a non citare questa frase fuori contesto).
Certo, come diceva James Brown, noi abbiamo creato le macchine e gli aeroplani, ma il mondo non sarebbe nulla senza una donna.
Solo che, caro James, la realtà è ben peggiore: il mondo esisterebbe tranquillamente anche senza gli uomini.
O se vogliamo essere ottimisti, un mondo dove gli uomini sono tenuti in stato vegetativo solo allo scopo di produrre seme, in un ambiente alla Matrix.

Lo so che è un’immagine assurda e fastidiosa, ma la terribile verità è che potrebbe funzionare.

EPILOGO

Ho scritto questo articolo per immortalare una fase che viene spesso messa frettolosamente in secondo piano dall’arrivo di una nuova vita.
Il dolore fisico, si sa, si dimentica, ed è giusto che sia così.
Ma non va dato per scontato e sottovalutato.
Ho scritto per avere la possibilità di tornare a leggere queste righe in futuro.
Potrebbero essere parole molto preziose per me tra qualche anno.

E ora, dedichiamoci a Leila che già mi assomiglia moltissimo, altro che Gengis Khan.

11 risposte a “Confessioni di un Plugin organico”

  1. Sono felice per te, Luca.
    Anch’io ho avuto un’esperienza quasi identica : esattamente 23 ore di travaglio di mia moglie, per mio figlio (che oggi ha già 20 anni). Peccato che, dopo scene tipo quelle che hai vissuto anche tu, si sia concluso tutto con un bel cesareo, perché Gabriele non voleva saperne di uscire : così, oltre ai dolori del parto, mia moglie ha avuto anche quelli dell’operazione ed i postumi dell’anestesia…
    La tua vita adesso sarà irreversibilmente cambiata : benvenuto nel mondo felice dei papà !

  2. hi hi!!!…e mo’ so’ cazzi!!! grande luca!!!vuoi un box per giocare e un triciclo secondhand? come pick em up in marseille and get free beer with local police!! Un abbraccio a tutti e tee!!

  3. Congratulazioni Luca!
    Sembra proprio l’inzio di un nuovo Viaggio, dove magari trovare quel senso che sembra non trovavi più nel “vecchio modo”.

    PS: l’indicatore di download sarebbe una startup pazzesca! 😉

  4. Bellissimo racconto Luca. Tutte cose che non si dicono di solito. Cosa c’è dietro e durante. E dopo. Ma l’epidurale?

  5. Ciao Luca anche io ci sono passato a febbraio…e credimi quell’evento fà parte di quella 15 ina di giornate memorabili che si possono ricordare attimo per attimo nella vita di un uomo…sembra di non farcela mai…sembra non abbia fine quella sofferenza,sembra si sia dentro la vera ” VITA” quella vita che è sempre cosi distante da noi, filtrata alla TV…
    come quando si vedono fatti agghiaccianti ma come al solito capitano sempre agli altri…noi siamo salvi dietro al tubo catodico….invece stavolta ci siamo e dobbiamo tirare fuori tutte le risorse di noi stessi per farcela e portare a termine la missione x la quale in quel preciso istante siamo li impotenti a cercare di aiutare come si può…

  6. Benvenuta raggio di sole. a questa terra di terra e sassi. a questi laghi bianchi come la neve. sotto i tuoi passi… (Da una canzone di De Gregori)
    Benvenuta Leila e un affettuoso abbraccio ai tuoi genitori

  7. TripPapà non me lo immagino ancora, ma sono sicuro che sarà un viaggio affascinante.

    In bocca al lupo da Londra
    – Stefano

    p.s. – Quando lavoravo con i Thailandesi dicevano “Faa lang fan”. Dopo la pioggia, il cielo. (La frase corretta ha 3-4 strani accenti sulle a). E’ stato un anno duro, tempo di godervi il cielo.

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