E adesso le Experiences!

Niente, non ce la faccio, sono troppo avanti.
O lo ero, quello di sicuro.

[PRIMO SEGNALE DI SENILITÀ: PARLA SEMPRE AL PASSATO]

Anni fa avevo 20 milioni di Lire in banca. Erano il frutto di vari aerei presi, dormite in hotel, presenze a fiere e pompe vendute.
La ricompensa della cravatta.

Avevo circa 28 anni e una Tipo Rossa (“ancora con ‘sta Tipo rossa Tripluca che coglioooonii!!!!!“).
Era vecchia, non trombavo, e decisi di prendermi una macchina nuova.
Più bella, così almeno forse avrei trombato.

Quelli erano i problemi di quei tempi.

Ma mi prese la crisi del semaforo rosso (ok, ve la risparmio) e decisi con Fausto di andare in Australia instead.

Niente macchina.

Fu così [SECONDO SEGNALE DI SENILITÀ: USA IL PASSATO REMOTO], insomma, fu così che comprai un’esperienza invece di un oggetto.

Boom. Finito. Hooked. Fregato.

Da quel giorno (ma a dire la verità anche da molto prima), i miei soldi li ho sempre spesi in esperienze, e quelle poche volte che li ho dedicati ad oggetti l’ho fatto col buyer’s remorse.

Vabbè, tutto fatto senza strategie particolari.
Sono scelte istintive, fatte ascoltando esigenze un po’ più profonde e una certa sensazione di fretta del tipo “adesso o ma più“.

E poi arriva il 2018 e di colpo è tutto un parlare di Experiences, di Millenials che non comprano più cose ma esperienze, della macchina che non è più il sogno dei ragazzi eccetera.

Ed ecco la solita sensazione. Composta da due elementi:

  • Patetico orgoglio: “Ok, avevo ragione, avanti come sempre“.
  • Patetico elitismo: “sì ma adesso che è di massa ce n’est plus la même chose“.

E non so nemmeno se buttarmi in questa analisi, per altro già fatta, anche se meriterebbe approfondimento.

L’unico consiglio che mi viene da dare è: non fatelo per quel cazzo di Instagram.

Quando iniziai a scrivere questo blog, e postavo foto e scritti, mi resi presto conto che stavo costruendo un personaggio.

Il famoso Personal Brand.

La sensazione di potere era esilarante.
Avevo la possibilità di creare un altro Luca (con un nome appunto diverso: Tripluca), semplicemente filtrando a piacere momenti di vita, sensazioni e pensieri.

Era particolarmente bello perché ho avuto un passato di ragazzino nerd commodore 64 e videogiochi al bar che un’autostima molto bassa.

Ora, di fronte ad una tastiera potevo finalmente diventare cool.

E non dovevo nemmeno mentire, bastava scegliere.

L’opzione di essere al 100% onesto era impraticabile: avrei dovuto raccontare tutto di me, anche gli aspetti noiosi ed imbarazzanti.
Ne sarebbe risultato un blog estremamente pesante, ai limiti dell’illeggibile.

Oggi mi sono scaccolato dopo la colazione a Jakarta e nel viaggio in bus verso Bali ho scoreggiato vergognandomi come un ladro e mi sono ricordato quella volta che, da ragazzino…” e qui vi avrei trascinato in debolezze umane tanto noiose quanto anonime.

Nulla di nuovo: questo vale per qualsiasi tipo di scrittura.

Quello che voglio dire è che se pensate che Tripluca sia vero vi sbagliate: è un’operazione conscia di creazione di un personaggio.

Ma, come dicevo sopra, non avevo alternativa: qualcosa dovevo pur scriverlo.

Ora che la creazione del personaggio passa più per immagini che per testi, è molto più difficile: filtrare le parole è un’operazione letteraria, filtrare le immagini sa molto più di falsificazione.

Ma questo non c’entra.

Quello che voglio dire è che le esperienze o ti cambiano dentro o sono solo un altro oggetto che acquisti.

Non lo so se il fatto che adesso siano di massa sia un bene o un male.
Forse è un bene che invece di sognare le Nike, i Levis o la Harley per fare 50 km in coda verso Jesolo e finire al Gasoline ad elemosinare pochi attimi di gloria, uno sogni qualche mese in giro per il sud-est asiatico.
Tra le due la seconda appare migliore.

Ma posso offrire un modo per capire cosa stai comprando: se dopo l’esperienza sei la stessa persona con qualche foto in più, sei un mero delle esperienze.

Tutto qui, non ho altro da dire.

Vado a scaccolarmi.

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