Mio padre

pranzo con mio padre
pranzo con mio padre che non c’é più

Martellago, 14 Dicembre 2013

Sono passate trenta ore da quando ho trovato mio padre morto a letto.
Dopo alcuni minuti di shock con Lek, non sapendo cosa fare se non iniziare ad avvisare tutti, é partita la macchina organizzativa che mi ha tenuto occupato e da poco ho lasciato il prete.
E’ finalmente tutto pronto per il funerale di lunedì pomeriggio.
Ieri notte ho avuto degli incubi, roba di streghe che mi tiravano addosso della roba in una cucina, camminate in spiagge tristi con un amico e un forte mal di collo al risveglio.
Adesso vorrei solo andarmene a letto e dimenticare tutto per un po’.
Ma sento che devo scrivere, almeno per fare ordine.
Lo voglio fare ora, prima che la cerimonia lo consegni ai defunti.
E’ ancora vivo. Prima ho avuto l’istinto di chiamarlo, per poi rendermi conto che non avrebbe risposto.
Lek questo pomeriggio quando é entrata in casa lo ha salutato con il suo solito “Ciao papá”.
Non vuole ancora considerarlo partito. Non ci crede ancora che sia partito.

Lunedí era venuto a prenderci alla stazione di Mestre, tornavamo da Sofia, il treno era alcuni minuti di ritardo e Lek si é sorpresa che non fosse nervoso. Mio padre era spesso nervoso, un brontolone seriale.

Lek lo ha abbracciato e baciato sulle guance, poi in macchina ha parlato molto e lui ascoltava, tranquillo.
Gli ho regalato delle Marlboro prese in Bulgaria.

Tranquillo. Troppo tranquillo.
Non ricordo se é stato lui o qualcun altro a dire “non preoccuparti se brontolo. Preoccupati quando non brontolo più”.
Lek mi aveva fatto notare che era diverso, ma io ho pensato che fosse semplicemente un po’ sbattuto dal fatto che noi ci eravamo trasferiti a Martellago lasciandolo solo in casa.

Ma mio padre era cambiato ultimamente.
Prima, quando lo chiamavi per farti sentire, dopo massimo due minuti era già stanco di parlare al telefono e voleva chiudere.
Quando qualcuno lo andava a trovare lo accoglieva senza grandi feste e se arrivava l’ora del suo giretto cominciava a innervosirsi.

Ma in quest’ultima settimana era cambiato.
Aveva chiamato in giro, era andato a mangiare dal fratello di sua iniziativa senza aspettare che lo chiamasse lui, la sera prima aveva chiesto al telefono come stesse mia zia e persino la sorella di mia zia, aveva deciso di andare a Monaco a gennaio e chiesto a mio fratello di portargli la nipotina sabato, cioè oggi.
Tutte cose che lui di solito non faceva.

“Sto bene a Scorzé” era la sua frase di rito quando gli dicevi di andare a trovare qualcuno.
Se la montagna non va da Nino, Nino non va alla montagna.
E a ‘fanculo tutto e tutti.

Non era pigrizia. Era, credo, un misto di non voler disturbare, aggrapparsi alla routine che lo aveva salvato alla scomparsa di mia madre e soprattutto il fatto che se una persona viene a trovarti non é la stessa cosa dell’andarla a trovare.
Se la vai a trovare tu, ti accoglie per cortesia. Non sai se aveva davvero voglia di vederti.
E’ diverso.

Poi quando qualcuno veniva davvero a trovarlo, spesso non lo faceva sentire esattamente il benvenuto.
A lui faceva molto piacere, ma dimostrava il contrario.
Voleva far vedere che era indipendente, forse anche a sé stesso, e che non aveva bisogno di nessuno.

In quest’ultima settimana però si era tolto questa maschera.
Aveva capito di avere bisogno di qualcuno e che vale la pena andare, almeno un po’, incontro alle persone.

Arrivati a Martellago Lek scende e lo chiama dal finestrino, lo vuole abbracciare di nuovo (poi mi dirà che ne sentiva l’esigenza) ma lui non si accorge di lei.
Guarda avanti.
Glielo faccio notare e la saluta con un cenno, ma non scende dalla macchina.
E’ stanco, ha la testa da un’altra parte.

Arrivati a Scorzè, salgo e gli dò una mano con una raccomandata per quei bastardi dell’Enel Energia che ti fanno fare i contratti truffaldini firmando a voce con un “sono d’accordo” su delle frasi che non hai capito, ma che per recedere vogliono una raccomandata con fotocopia di carta di identità e codice fiscale.

Poi me ne vado e, stranamente, mi accompagna alla porta: premuroso, dispiaciuto che me ne andassi, come se volesse dirmi qualcosa.
Vedo mio padre ma sento mia madre. Era lei che si comportava così.
Io sono appena tornato da un viaggio e non vedo l’ora di farmi una doccia.
Lo saluto e chiudo la porta dietro di me. Provo una sensazione strana.

E’ il mio ultimo saluto.

Se mi fossi fermato un attimo e gli avessi chiesto se va tutto bene, ti vedo sbattuto, cosa c’é?
Non sai mai che sarà l’ultimo saluto, ma in qualche modo me l’aveva comunicato e io non ho saputo percepirlo.

Un paio di settimane fa ho passato alcune mattinate con lui tra INPS e CAAF per un errore sulla pensione e mi disse che senza di me non ce l’avrebbe mai fatta a mettere a posto le cose, troppo complicato.
Anche questa ammissione di debolezza era assolutamente inedita.

Forse é stato male e non ci ha voluto dire niente per non preoccuparci e per non finire in ospedale.
L’aveva detto molte volte che piuttosto che essere un peso e soffrire in ospedale sarebbe morto subito.

 

MIO PADRE

Mio padre é nato nel 1937 a Pescara, durante la guerra, ed é venuto ad abitare con la madre pescarese e il padre pugliese a Mestre qualche anno dopo.
Durante i bombardamenti sono stati sfollati a Mogliano, in un casone di contadini in Via Ronzinella.
Quando era piccolo alcune cugine adolescenti giocavano con lui e si divertivano a spaventarlo, lasciandogli in ricordo un tic che gli faceva chiudere un occhio per un secondo e, da giovane, anche emettere un suono.
Quando era nervoso lo faceva più spesso e potevo capire quanto lo fosse dal numero di tic al minuto.
Era un uomo in difesa e si era costruito una corazza fatta di menefreghismo e bestemmie.
Ma era sensibile e dentro di sé provava emozioni molto profonde.
Ultimamente non bestemmiava più.

Molti anni fa mi venne a trovare Riccardo, un viaggiatore di 50 anni che conobbi nel 2000 alle Gili, e portò un mazzo di fiori per mia madre.
Dopo aver parlato un po’ con entrambi disse a mio padre “a saperlo che l’osso duro eri tu, avrei portato del vino, non dei fiori”.
Mio padre disapprovava la mia vita di viaggiatore, appena iniziata, e Riccardo gli spiegava che era certamente meglio che avere un figlio operaio a Cavarzere.
Poi non ricordo l’argomento ma mio padre disse “piangiamo anche noi”.
Forse scese una lacrima, non ricordo più, ma credo di sì.
Rimasi colpito. Aveva ammesso una debolezza ad uno sconosciuto.
Quel momento mi é restato impresso fino ad oggi.
Fu forse la prima volta che vidi uno squarcio di debolezza in quella maschera di intoccabilità.

Nell’adolescenza lavorò qualche anno per uno zio, a Mestre, in un’officina meccanica.
Lavoro duro, al freddo, pagato pochissimo, credo l’equivalente di una mancetta settimanale.
Intendo una mancetta dell’epoca, al massimo ci andava al cinema.
L’idea era che lo zio lo faceva lavorare e gli insegnava il mestiere.
Dopo molti anni scoprì che non gli aveva pagato nemmeno i contributi.

Così decise di andare in Australia. Per i soldi del biglietto accettò un lavoro a Zurigo trovatogli da un amico, dove rimase quasi vent’anni, in fabbrica.
Per alcuni anni visse in baracche per operai italiani e poi in stanze in affitto condivise.
Aveva già sposato mia madre e dopo un po’ la portò con lei.
E a Zurigo nascemmo noi, tre figli maschi.
Dopo un po’ di anni, io ne avevo cinque, mia madre decise che era meglio avere dei figli che si sentissero italiani al 100% in un’Italia imperfetta piuttosto che svizzeri di seconda classe in una Svizzera perfetta.
E ci portò in Italia per la prima volta.

Mio padre rimase qualche anno per guadagnare ancora qualcosa, poi tornò anche lui.
Aprirono un negozio a Mestre, il Trifoglio, frutta e verdura biologica e cibi naturali.
Era, credo, il 1980 ed era una prima assoluta nel Veneto.
Mio padre non amava avere a che fare con la gente ma si adeguò.
Spesso si alzava prestissimo la mattina per andare a prendere delle mele biologiche a Cesena o del pane integrale cotto a legna a Thiene. Fu un successo.
Poi arrivò la crisi del ’92, la corruzione del comune di Mestre che non dava i permessi per il nuovo negozio sul quale gravava comunque l’affitto, la concorrenza sleale che sparlava di loro e vendeva mele normali per biologiche al doppio del prezzo.
Chiusero, vendettero l’appartamento di Martellago per pagare i debiti e si trovavano in affitto senza un lavoro.
Quello fu un altro duro colpo per mio padre.
Tanti anni di lavoro andati in fumo, anche quelli della Svizzera.

Io all’epoca lavoravo a Jesolo al Camping International e trovai lavoro per lui come inserviente.
Puliva, tra le altre cose, i cessi.
Io stavo al cancello a controllare chi entrava e ogni tanto arrivava un collega a dire “é forte tuo papá”.
Anche da ragazzino i miei amici che venivano a trovarmi se la ridevano sempre e dicevano che mio papá era forte.
Usciva in terrazzo in canottiera in pieno inverno, dava uno sguardo becero e apriva la porta.
Per me all’epoca mio papá non era “forte”, ma un burbero che non perdeva un’occasione per fare dell’humour sulle mie debolezze.
Smisi di dargli informazioni sulla mia vita privata a circa 13 anni e poi, quando scoprii che gliele dava mia madre, smisi anche con lei.
Mi sentivo come quello che al quale viene detto “tutto cio’ dirai potrà essere usato contro di te”. E tutto ciò che dicevo veniva infatti usato contro di me.
Quindi non dicevo assolutamente nulla per paura di essere ferito.

In seguito entrambi trovarono lavoro alla Safilo di Calalzo di Cadore, e vissero in un appartamento freddissimo di notte.
Dopo un anno furono trasferiti a Santa Maria di Sala, vicino a Scorzé, dove lavorarono fino alla pensione, contenti della ritrovata stabilitá economica e del far parte del mondo operaio dell’epoca dove lo stipendio e la pensione erano garantiti, senza le vessazioni del fisco e di una burocrazia impazzita sotto la quale devono sottostare gli imprenditori in Italia.

Poi arrivò la pensione.
Avete presente quelle persone che appena vanno in pensione deperiscono perché non sanno cosa fare?
Mio padre era il contrario. Per lui la pensione fu veramente una liberazione dal lavoro duro, e anche un po’ dal dover avere a che fare con le persone.
Non iniziò a coltivare mille hobby per tenersi occupato.
Un po’ di giardino e alcuni giri in bicicletta ed era contento.
Quando cambiarono appartamento restò solo la bicicletta.

Giá pensava a godersi gli ultimi anni in compagnia di mia madre quando lei se ne andò.
Dopo averlo visto da sempre alle spalle di mia madre, seguendola controvoglia nelle sue avventure e nuove amicizie, io non gli diedi una chance.
Non ce l’avrebbe mai fatta a stare in piedi da solo, pensai.
Ma ce la fece.
Si costruì una sua routine ferrea e si adagiò in essa. Il giretto in bici la mattina, il bar, il pranzo, la TV che guardava senza ascoltare, il giretto in bici pomeridiano e così via, gli permisero di acquisire una certa stabilitá.
Io spesso c’ero, quando non viaggiavo ero da lui, e vidi come pian piano accettò la scomparsa di mia madre e decise che dopotutto valeva la pena vivere ancora un po’.
Non che l’avesse mai detto, ma si capiva.
I primi anni mi parlava di mia madre come di una santa e andava in cimitero due volte al giorno, quando iniziò a rivelarne alcuni difetti, e andare meno in cimitero capii che era uscito dalla parte più pesante del lutto.

Nel frattempo era arrivata Lek.
Lui si stupì che esistessero ancora donne così rispettose e dedite alla famiglia, come le donne di altri tempi.
I miei hanno avuto 3 figli maschi, ma volevano anche una femmina. Mio padre ha sempre rimpianto non averla avuta.
Disse a molte persone che era Lek era la sua bambina.
Lek, in stile asiatico, lo chiamava “papá”.

Fu così che mio padre ebbe una figlia a settant’anni.

Purtroppo, come era successo con me, ferì anche lei.
A mio padre non ti potevi avvicinare troppo affettivamente, perché un riflesso condizionato lo portava a ferirti.
Mia nonna, sua madre, diceva di lui in abruzzese “non lo ascoltare, deve aprire la bocca per fargli entrare aria”.
Mia madre diceva che quando discuteva con lui a un certo punto era come se due aerei stessero per scontrarsi e l’unica cosa era alzarsi o abbassarsi ed evitare la collisione.

Ciò nonostante passammo molti anni in compagnia, e lo vidi spesso scherzare e in relativa serenità.

A fine settembre di quest’anno, io e Lek ci siamo trasferiti a Martellago, my hometown come direbbe Springsteen, e questo per lui fu un colpo forte.
In passato diceva sempre “io sto bene anche da solo” e spesso mi aveva esortato a trovarmi una sistemazione per conto mio.
Ma ora le cose erano cambiate.

Dopo il giro dell’Est tornammo e tutto sembrava a posto. Mio padre era affettuoso con Lek, gentile con me, brontolava poco.
(Non preoccuparti se brontolo. Preoccupati quando non brontolo più, appunto).
Lo vedevamo ogni giorno durante i vari giri per prendere alcuni effetti personali da portare nel nuovo appartamento.

 

Martedí 18 Dicembre 2013

Non sono riuscito a finire e rieccomi qui, due giorni dopo il funerale.
La disperazione di Lek sembra essersi assopita, lo ha visto elegante nella bara e con i lineamenti tranquilli come non li ha mai avuti.
Ha voluto dargli il pacchetto di Marlboro bulgare che aveva iniziato, l’accendino, gli occhiali per la TV, una caramella alla menta di quelle che gli piacevano e il borsellino con alcuni Euro in moneta per comprarsi il vino, come direbbe suo fratello, nelle verdi praterie di Manitù.
Mio zio, che cerca di gestire il dolore parlando in maniera gioviale e scherzosa del suo unico fratello.
A un certo punto gli inservienti chiudono la bara e la sigillano, per sempre.
Saliamo in macchina, seguiamo il mercedes grigio e andiamo in chiesa.
Ci sono molti miei amici a ricordarmi che Martellago ha ancora qualcosa di speciale, dove anche amici che non vedi da molto vengono al funerale di tuo padre che non hanno nemmeno mai conosciuto.
Non sono riuscito a ringraziarvi, ragazzi, lo faccio qui.
Ci sono parenti e amici di mio padre e mia madre, c’é il prete che parla sereno e con rispetto, l’incenso, l’acqua benedetta, l’organo e i cori.
E mio padre nella bara, chiusa.

La camminata verso il cimitero é veloce, già sta iniziando l’high, quella strana fase in cui il cuore si sente più leggero e il dolore per un po’ decide, truffaldino, di darti tregua.
Lo sotterriamo, é per terra, abbastanza vicino alla mamma, e, come Lek mi dirá la sera stessa, forse quella sera lei lo avvicinerà mentre lui fuma come un duro e lo inviterà a ballare come fece il giorno in cui si conobbero.

Quante cose avrei potuto chiedergli del passato, della mamma, di me da piccolo, dei miei fratelli, e non ho fatto.
Con lui se ne vanno ricordi che avrei potuto recuperare, cose che solo lui o la mamma sapevano.
Gran parte della mia infanzia, quella vissuta ma dimenticata, rimasta solo nei ricordi dei miei genitori, é morta con lui.

Quante volte abbiamo mangiato assieme e non si é praticamente detto nulla, perché nulla del mondo moderno ci accomunava.
Non credo abbia mai nemmeno veramente capito che lavoro facessi, non gli interessavano le cose che interessavano a me e quando mi raccontava qualcosa, lo avevo già sentito molte volte.
Per esempio ogni volta che iniziavo a mangiare delle arachidi diceva che una volta in negozio vendevano quelle israeliane, ed erano assolutamente fantastiche.
“Che bone ciò”.
Le prime volte lo riprendevo, ma ultimamente facevo finta di non averlo mai sentito prima. Che importava se l’avevo giá sentito?

Chissá quanti ricordi importanti passavano per la sua testa, ma riusciva solo a parlarmi delle arachidi.
Solo con Lek parlava delle cose importanti.
Lei ascoltava con piacere, interessata, io al massimo sarei stato imbarazzato a sentir parlare di me da piccolo.

Eravamo due burberi in difesa, paurosi di toccare argomenti importanti, ma con Lek si apriva.

 

Giovedí 19 Dicembre

Ormai non so più come finirò questa storia. Adesso stiamo organizzando il trasloco, e passiamo i pomeriggi a Scorzé.
La casa é fredda e triste e allo stesso tempo ancora aleggiano la presenza e l’odore di sigarette di mio padre.
Lek continua ad aspettarsi che torni dal suo giro in bici in qualsiasi momento.
Ieri abbiamo messo i libri nei cartoni fino a sera.
Lek al mattino aveva chiamato sua madre che le ha detto di cucinare per i miei genitori.
Così ha preparato due piatti di pasta e del vino. Io ho fatto il caffè. Poi abbiamo chiamato mamma e papá a mangiare.
Ho chiamato papá che era alla TV con il mio solito “papá, pronto!”, ed era come se fosse davvero lí.

Spesso mangiavamo cose diverse, oggi per lui Lek ha preparato i wurstel che aveva comprato qualche giorno prima.

Mentre li serviva, Lek parlava loro e poi ha chiesto il permesso per iniziare a svuotare la libreria dicendo di non preoccuparsi che avremmo preso cura dei loro mobili.
Mio padre a volte chiedeva cosa avremmo fatto dei mobili quando lui sarebbe morto.
Io rispondevo “ma cosa ti preoccupi dei mobili. Che te frega dei mobili se sei morto?”.
Ora mi rincuora sapere che non li dovremo buttare, vendere o regalare, ma resteranno con noi.
Ne avremo cura papá.

 

Sabato 21 Dicembre

Ieri era già passata una settimana. Le giornate sono ancora dominate dall’evento di venerdì, la scoperta del corpo senza vita di mio padre.
Facciamo principalmente tre cose: pensiamo a lui e parliamo di lui con altre persone, organizziamo trasloco e documenti e lavoriamo online come al solito.
Sto cercando di trovare un equilibrio che mi permetta di portare avanti tutto in maniera costante senza che si blocchi nulla.
Siamo passati per il cimitero ogni giorno, tranne una volta.
Fa freddo e so che il corpo di mio padre é uguale a come l’abbiamo visto l’ultima volta all’obitorio, in quella posa serena che ha tanto tranquillizzato Lek.
Mia madre é dall’altra parte del vialetto. Le abbiamo portato delle rose. Era da molto che non venivo a trovarla. Quanto tempo passerá quando dirò la stessa cosa di mio padre?
La mia paura ora non é quella di soffrire per sempre, quella paura che abbiamo quando un caro ci lascia e ci sembra impossibile tornare a sorridere.
Ci sono già passato, con mia madre e con altri, tornerò a sorridere.
La mia paura é dimenticarlo troppo presto.
Svegliarmi un giorno e rendermi conto che non mi manca più, che va tutto bene e non ho più il desiderio di sentire la sua presenza.
E la stessa cosa capiterà alle altre persone che gli volevano bene.
Allora sarà davvero morto, per sempre.
I nipotini forse sentiranno parlare del nonno, ne vedranno le foto, un po’ come io ho visto quelle del mio, ma non avranno nessun sentimento da provare, e nessuno sentimento riuscirá a viaggiare fino a lui, nel caso in cui in qualche modo sia ancora presente nello spirito o rinato sotto qualche altra forma.
Forse lo scoprirà e ne proverà un’immensa tristezza.

Mio fratello da piccolo ci raccontava di quando era grande.
Aveva forse 4 anni e diceva “quando ero grande…”, e poi aggiungeva cose tipo “lavoravo in un negozio”, “o avevo una bella casa” (non diceva queste cose esattamente, non ricordo).
Noi ridevamo e lo prendevamo in giro.
Non so se é una cosa che fanno molti bambini, non l’ho più sentito dire ad altri, ma se é vero che dopo la morte si rinasce subito, questa é stata per me la testimonianza più diretta e personale.
Se mio padre é rinato, Lek spera che lo faccia in una famiglia buona, che lo tratti bene e gli voglia bene.

 

Giovedí 26 Dicembre

Sono passati 13 giorni dal 13 Dicembre 2013 e forse é arrivato il momento di concludere.
Adesso sono nella casa di Scorzé, Lek é rimasta a Martellago a sistemare le montagne di vestiti, lenzuola e tessuti vari accumulati negli anni.
Useremo il possibile, il resto l’abbiamo dato a mia zia che si occuperà di distribuirlo a persone che ne possono avere bisogno.
I vestiti di mio padre li terremo un anno, su indicazione della mamma di Lek.

Sono qui da solo e ne approfitto per scrivere.

Ieri abbiamo tolto i quadri dai muri ed é come se avessimo spogliato la casa. Quadri che non guardavo mai.

Abbiamo tolto anche le fotografie sul comò, quelle del suo matrimonio e delle nipotine.
Quelle nipotine delle quali onestamente pensavo non gli interessasse molto, almeno a giudicare da quanto poco le andava a trovare o di quanto poco ne parlasse.
Solo alcuni giorni fa vengo a sapere che alla mia amica che le stava spolverando aveva chiesto di inclinare le fotografie in modo che le vedesse mentre era seduto al tavolo. E che della più grande diceva che ha occhi meravigliosi che sembrano quelli di Liz Taylor e che quando lo guarda lui si illumina.

Mio zio l’altro giorno ha scoperto che una sua vicina lavorava con mio padre alla Safilo e lo ha descritto come un simpaticone gioviale che faceva un sacco di battute. Stava quasi per chiedergli se stavano parlando della stessa persona.
Poi, ripensando ai decenni passati insieme, si rende conto che non ha mai litigato o alzato la voce con lui.

Ma ormai il più é fatto, le cose da dire sono state dette, le cose da sentire sono state ascoltate, e mi é già capitato di non ricevere le condoglianze da persone che ho incontrato.
E’ morto un vecchio dopotutto.

Stiamo entrando in quella fase nella quale le pressioni della quotidianità diventano più forti del dolore della perdita.
Quando cominci a chiederti se continuare fino al cimitero o andare dritto a casa che hai molte cose da fare.
Sta arrivando la consapevolezza che un padre anziano prima o poi muore ed é normale che sia così.
Sta arrivando il giorno in cui dimenticheremo che avrebbe potuto vivere altri dieci anni, che quei dieci anni non li vivrà.
Che tredici giorni fa abbiamo perso dieci anni in sua compagnia.
Quel giorno in cui, senza nessuna emozione, dirò a qualcuno “mia madre é morta nel 2005 e mio padre nel 2013”.
E’ per questo che faccio fatica a concludere questo scritto, perché so che appena lo pubblicherò avrò messo un’altra vite sulla bara, come quelle che hanno messo all’obitorio mentre Lek mi piangeva sulle spalle.
Forse sarà la vite finale.

E’ morto un vecchio.

Ma quando muore un vecchio muore anche il bambino che é stato, il ragazzo, l’uomo, il padre?
Le fotografie guardate in questi giorni mi mostrano un papá giovane che ride, che non ho mai conosciuto.
E’ morto adesso o quando si é trasformato in un uomo di mezza età?
Quando é morto il bambino Nino? Quando é diventato ragazzino o adesso?
Se é morto adesso come possiamo sbarazzarcene in due sole settimane?

E che importa se soffriamo tanto o poco? Brevemente o a lungo? Che senso ha chiedersi se ha apprezzato le nostre lacrime o se davvero non é rimasto nulla di lui?
Ci poniamo sempre la domanda del “cosa c’é dopo la morte?” sapendo benissimo che non c’é risposta oggettiva, e forse la domanda veramente interessante é “perché questo mistero? Perché non lo possiamo sapere?”.

Ciò che so con certezza é che dentro di me, anche quando il dolore sarà azzerato, resteranno sia lui che mia madre.
Non solo nel mio cuore o nei miei pensieri, ma in maniera molto più concreta, io sono fatto di loro.
Non so come spiegare questa sensazione, ma io sento di essere un po’ mia madre e un po’ mio padre.
A volte per esempio mi rendo conto che un certo ragionamento non l’avrei mai fatto se non fosse stato per mia madre, e quindi é come se l’avesse fatto lei, non io.
A volte lo sono mia madre, dura un attimo, sono sovvrapensiero, penso come lei, e poi riprendo il controllo.
E’ una sensazione strana da descrivere ma assolutamente normale nelle sensazioni.
Quell’atteggiamento che ho preso da mio padre, e che lui a sua volta ha preso da qualcuno, sono piccoli puntini che creano una linea tratteggiata che arriva dalla notte dei tempi. E’ come se ognuno di noi portasse avanti qualcosa del passato, per poi farsi da parte quando finisce le energie.
Dove lo si debba portare onestamente non lo so ma il sospettare di far parte di una staffetta, dal passato verso il futuro, instilla un piacevole dubbio che forse, dopotutto, non sia tutta una gran perdita di tempo e che nulla é mai perduto per sempre.
E che posso avvitare quest’ultima vite sulla bara perché le cose importanti non sono rimaste sotto terra.

Riposa in pace papá, adesso ci pensiamo noi io a portare avanti quello che c’e’ da portare avanti, qualsiasi cosa sia.

 

24 risposte a “Mio padre”

  1. Sono sempre più convinto anch’io che niente vada perduto in questa vita. Le persone ahimè scomparse che ho avuto veramente a cuore, inspiegabilmente ora fanno parte di me. Non solo come un ricordo, gioioso o doloroso che sia… ma come parte integrante. E’ difficile da spiegare ma sento di essere fatto in parte di loro. Come se per assurdo ne avessi ingerito un pezzo! Spesso mi sento responsabile nei loro confronti per le mie scelte, felice con i loro occhi delle mie azioni, un po’ come se ognuna di queste perdite avesse arricchito il mio essere. Una cosa che non accade invece con le persone che ho a cuore ancora in vita. E io voglio davvero crederci a questa cosa della staffetta. Non si vive per morire… la reincarnazione forse allora sta proprio in questo! Non tanto ritornare in vita consapevoli o meno di ciò che si è stati, ma riuscire a far parte una volta dipartiti di più persone possibili, così da creare nell’evoluzione umana una sorta di miglioria tendente alla perfezione che dia un senso a questo nostro dannarci senza un ipotetico motivo. Non a caso hai speso solo buone parole per tuo padre giustificandone ogni comportamento nonostante fossero differenti dai tuoi. E’ come se fosse iniziato un processo di ottimizzazione di tuo padre. (magari a uno come te passa più il messaggio se descrivo questo fenomeno come si dice in gergo informatico “zippare”, cioè comprimere!!) Ovvero togliere il superfluo, il corpo, alcuni atteggiamenti, determinate incomprensioni, per tenere solo ciò che di positivo conta e portarlo dentro di se per continuare a migliorarti e poter essere tu stesso ottimizzato un giorno da qualcuno con la finalità di diventare una persona migliore anche grazie a te. No, nessuno muore dimenticato! Mi piace pensare che ognuno di noi abbia dentro di se caratteri che non riscontra in sua madre e suo padre perché magari fanno parte del suo trisavolo o bisnonno, che nessuno si è ricordato di tramandare a parole ma sono presenti nei propri atteggiamenti. Mi piace pensare che si, noi siamo la somma di tutto! Di questa grande ed infinita espressione che è la vita!

    E allora si, condoglianze Luca. Ma preferisco salutare il mitico Nino che ora è dentro di te!
    Tratta bene il tuo corpo che cominci ad avere delle responsabilità!!!

  2. passo spesso davanti al cimitero di mio papà… lui se n’è andato nel 2008, in poco più di 20 giorni. siamo rimasti di pietra.
    passo spesso, e spesso, quasi sempre, non mi fermo. ma ci penso. mi sento un po’ in colpa e poi in automatico penso che mio papà non è lì, in realtà. poi penso che non so proprio dove sia, se “sia” effettivamente in qualche posto, se “sia. partono poi pensieri e riflessioni che la quotidianità poi dissipa in fretta. Lo porto nel mio cuore, o nella mia mente, lui c’e’, è lì, non c’e’ più, non mi ascolta, non sente i miei pensieri, oppure li sente e li veglia da lì, lissù, laggiù… non so, non so davvero dove girarmi tra questo gomitolo di connessioni mentali. non mi resta che accogliere le sensazioni e i ricordì, accarezzarli senza poi farsi domare da loro, riconoscerli per ciò che sono: sentimenti, memoria. Di tutta la confusione che poi mi rimane in testa, solo una cosa sembra aver un filo logico e un’ottima immagine:
    poche settimane dopo la sua morte mi sono recato in cimitero… ricordo bene che davanti alla sua lapide cercavo risposte, risposte sul perchè non lo sentissi presente, perchè non avvertissi la sua compagnia anche se non era più fisicamente con me… nessun cenno, nessun sogno, niente… ma poi, guardando tra i fiori riposti con cura da mia mamma, li’, c’era una farfalla che, appoggiata nel centro di un fiore, muoveva le ali lentamente, aprendole e chiudendole, pur rimanendo ferma. mi ricordò il gesto del saluto con la mano, non quello in cui la muoviamo da destra a sinistra, ma quello in cui la apriamo e la chiudiamo… Mi piacque pensare che fosse la mano di mio papà che mi salutava… mi piace ancora pensarlo.

    ciao luca 🙂

  3. Ciao Luca, volevamo porgerti le nostre condoglianze, ci dispiace tantissimo per questo dolore!!! Ti abbracciamo forte e mandiamo un bacio a Lek!

  4. Grazie Luca. Per quel che scrivi. Per come lo scrivi. Per quel che, intuisco, ti ha spinto a farlo. un abbraccio. Alessandro

  5. Condoglianze Luca.
    Pur nell’immenso dolore e tristezza, hai avuto la fortuna di avere un padre per gran parte della tua vita.
    Un abbraccio

  6. Caro Luca, ho imparato che è difficile, ho imparato che le parole aiutano, ho imparato che non perché non vediamo più una persona cara questa non è più con noi… ho imparato che la vita è fatta così. Ti abbraccio forte amico mio. Luca

  7. Leggo e scendono le lacrime … ti abbraccio. Grazie per quello che hai saputo scrivere.
    Mi è mancata la tua compagnia a capo d’anno, sono sincero.
    Un bacio anche a Lek, buona fortuna ragazzi … vediamoci presto.
    … ciao Gaetano …
    Riccardo

  8. Luca, I just learned reading it. I wish to sat that in Polish:Przjmij proszę moje kondolencje.

    Moj Tata umarł rok temu 19 listopada.

    What I read here here could be a great begining of a new book depicting your relationship with him, in fact your life. Dont forget he lives in your and he will live in your kids if you have them. Please do it like Isabel Allende did in so many books. I read it with interest and pleasure and I I feel it is good becase real and worm, depicted with a lot of talent. It could be/ it is a great, worm memory. Do it also for yourself. I keep fingers crossed for you.

    Lek is wonderful.

    Take care
    Monika

  9. Sono capitato per caso perchè cercavo informazioni su Bali ma leggere i tuoi pensieri mi ha rattristato e mi spinge a cercare un contatto maggiore con il mio di padre.
    Sincere condoglianze da uno sconosciuto ma che si ritrova tantissimo in ció che hai scritto.

  10. Grazie per la riflessione su “l’essere fatti di loro”.

    A volte mi vedo così diverso da loro – frutto del mio vissuto completamente diverso dal loro – ma in realtà e con piacere scopro che nonostante la diversità sono fatto di loro.

    Ancora un abbraccio Luca

  11. Una frase che avevo letto e mi è rimasta impressa: “Se vogliamo conoscere il senso dell’esistenza dobbiamo aprire un libro: là in fondo, nell’angolo più oscuro del capitolo, c’è una frase scritta apposta per noi.”
    Questo post ne racchiude di profonde!! Ho rivisto una situazione che è ormai passata…ma che rimarrà sempre viva.
    E’ sempre un piacere leggerti e percepire quelle sensazioni che arrivano fin laggiù nel proprio nascondiglio segreto e non importa se la descrizione è di un luogo, di un’esperienza o di una sensazione, sono emozioni vive che vibrano nell’anima.
    Le mie più sincere condoglianze.
    Massimo

  12. ciao luca , io ho perso mio padre il 16 gennaio…..aveva 85 anni era un vecchio ….. ma era il papino mio era tutto e ora ho un vuoto nel mio cuore

  13. Le persone non se ne vanno mai definitivamente, semplicemente dobbiamo cambiare il modo con cui ci si relaziona con quelle che “se ne vanno”. Il papà vive in te e nelle persone che lo hanno conosciuto, parlagli e vedrai che ti risponde. In gamba Luca!

  14. Condoglianze Luca,
    Mi dispiace per tuo Padre,,,,,,, e tanto tempo che non ci si sente,,,, fra non molto saremo in Tailandia ( mi sono sposato ) e pensavo a voi, come state tu e Lek?….magari ci si rivede.. fammi sapere ( per E-mail ) ,,,A presto

  15. Condoglianze Luca
    _____________________________________________________________Sono capitato per caso navigando come si suol dire nel tuo racconto…
    Abito all’estero e la tua storia mi ha toccato molto.
    Provo ed ho provato anch’io lo stesso dolore per la perdita di un genitore e pertanto mi arrogo di comprendere anche i tuoi sentimenti.
    Sono un conterraneo dei tuoi Cari e vorrei raccontarti molte cose che prima in patria e poi all’estero ho dovto subire sulla mia pelle ma tutto ciò lo eviterò per non tediarti ulteriormente….
    Verissima la storia degli svizzeri di seconda classe…
    …Ma se solo sapessi quanto dolore e quante umiliazioni ho subito e subisco da “esiliato” all’estero lontano dai miei cari e dal mio ambiente.
    Secondo me tutto per colpa in minima parte di noi stessi ma PRINCIPALMENTE di uno “stato” che ancora “esorta” all’esilio molti dei suoi figli verso il nordeuropa a lavare i piatti o perfino in australia a raccogliere mele…
    ____________________________________________________________
    Ti mando un caloroso e distinto saluto….
    ciao da Marco
    ____________________________________________________________

  16. Sono arrivato al tuo blog quasi per caso.
    Ogni tanto un post come questo ci vuole.
    Ho perso mio padre nel 1986 e per quel che posso dirti riguardo a questo:
    “La mia paura é dimenticarlo troppo presto.
    Svegliarmi un giorno e rendermi conto che non mi manca più, che va tutto bene e non ho più il desiderio di sentire la sua presenza.
    E la stessa cosa capiterà alle altre persone che gli volevano bene.
    Allora sarà davvero morto, per sempre.”

    Posso solo dirti che non morirà mai.

    Ciao

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